È da settimane che la sinistra ironizza sulle “letterine” di Giorgia Meloni alla Ue per chiedere maggiore flessibilità sulle deroghe al patto di stabilità. Sarcasmo difficilmente comprensibile, considerato che in gioco c’è la pelle delle famiglie e delle imprese italiane. E, cosa ancora più grave, considerato che gran parte dei problemi che l’Italia ha sull’energia derivano da scelte folli di quella stessa sinistra fatte nel passato (il no al nucleare) e nel presente (il sostegno alle tasse ambientali che soffocano l’industria energivora).
Basterebbe andare a guardare le dichiarazioni di qualche mese fa di imprenditori e artigiani o sfogliare uno dei tanti rapporti stilati da Mario Draghi per capire che lo stretto di Hormuz c’entra poco con le difficoltà dell’Italia, ben presenti anche prima e non da ieri. Poi c’è l’ultimo ridicolo paradosso, che sarebbe anche divertente se non ci fosse di mezzo il portafoglio degli italiani.
Prima il governo era accusato di bellicismo per voler finanziare la difesa con la flessibilità della Ue, ora viene criticato perché vuole usare una parte di quelle risorse per alleggerire le bollette e il pieno alla pompa di benzina.
PRIMA CREPA
Sta di fatto che le “letterine” della premier, a dispetto di gufi e menagrami, un risultato l’hanno ottenuto. Lo stile è quello solito della Ue, soldi centellinati e vincolati ai soliti obiettivi green, considerati l’unico antidoto allo strapotere dei combustibili fossili. Però, come è successo per l’auto e per i migranti, è una prima crepa che attraverso il sostegno di altri Stati potrebbe facilmente allargarsi. Come ha detto il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, «è un mese che stiamo lavorando e sento dire che non otterremo niente. È un percorso lungo e complicato, vediamo come va a finire.
Quando ci saranno i risultati dirò la mia».
Per ora la “dote” che la Ue è disposta a concedere è da 6,5 miliardi l’anno con un tetto massimo di tredici, delimitata da paletti e condizioni piuttosto rigide. Ma il dato politico non è trascurabile: la Commissione europea risponderà con un sì alla richiesta di Giorgia Meloni di estendere la deroga al Patto di stabilità per la difesa anche all'energia. Ursula von der Leyen, che in questi anni ha coltivato un rapporto sempre più stretto con la premier italiana, ha scelto di ascoltare le richieste del governo «con la massima attenzione», senza tuttavia derubricare alcuni principi fondamentali che Bruxelles da settimane ripete in ogni occasione: la necessità della sostenibilità fiscale, la contrarietà ai sussidi a pioggia, itimori di un aumento della domanda dell'energia che peggiori l'andamento dell'inflazione.
Dopo oltre due settimane di lavoro e di interlocuzioni discrete, la Commissione ha scelto perciò di consentire all'Italia - e ovviamente a chi lo vorrà trai 27- un margine di flessibilità per gli investimenti legati all'energia pari all'0,3% del Pil annuo per il triennio 2026-28 ma con un tetto massimo dello 0,6%. La distribuzione di questo margine non è tassativa. Lo è, invece, l'attivazione della clausola di salvaguardia nazionale per la difesa, che vale l'1,5% del Pil annuo. È solo in questo perimetro, infatti, che la flessibilità per gli investimenti sull'energia potrà inscriversi.
Le deroghe per l'energia saranno attivate seguendo la stessa procedura della clausola per la difesa (National Escape Clause): gli Stati interessati dovranno presentare una richiesta formale, cui seguiranno una proposta della Commissione e l'approvazione del Consiglio Ue. In termini assoluti e stando ai dati Istat per il 2025, per l'Italia lo 0,3% vale circa 6,8 miliardi con un tetto massimo di poco più di tredici. La Commissione certificherà l'apertura alla flessibilità sull'energia con la presentazione del pacchetto del semestre europeo. Sarà quella la sede della replica alla lettera di Meloni.
DESTINAZIONI GREEN
Sulla destinazione delle risorse l'esame della Commissione si preannuncia rigoroso. L'obiettivo non è allargare le maglie dei sussidi, ma rafforzare il percorso per l'indipendenza energetica dell'Ue. Tra gli esempi di investimenti approvabili, ci sono gli incentivi all'acquisto di veicoli elettrici, batterie e pannelli solari, investimenti nelle reti elettriche e nei sistemi di accumulo, misure di efficienza energetica e l'ampliamento della capacità produttiva delle energie pulite.
Un po’ poco, per ora. Ma la risposta della Commissione, come si diceva, non esaurisce la trattativa. È difficile, ma non escluso, che Palazzo Berlaymont si spinga più in là sul binario delle deroghe, fermo restando la flessibilità concessa già sui fondi di Coesione e con una possibile ulteriore modifica del Pnrr. Von der Leyen già nelle settimane scorse aveva ricordato che c'è un tesoretto da 95 miliardi distribuibili per i 27 ancora inutilizzati.