Non appena Marine Le Pen ha annunciato che correrà alle presidenziali francesi (e secondo un sondaggio Ifop potrebbe vincere anche al ballottaggio) è partita la retorica dello spauracchio. In che consiste? Nell’agitare lo spettro del baratro, dell’apocalisse, del terremoto valoriale. Ci ha pensato, tra gli altri, Andrea Bonanni nel suo editoriale su Repubblica con parole allarmate e allarmanti: se Le Pen arriva all’Eliseo sarebbe un disastro - ha scritto «non solo per Parigi ma per tutta la Ue che sta faticosamente cercando una risposta unitaria agli attacchi concentrici di Vladimir Putin e di Donald Trump. Una Francia nazionalista, anti-europea, amica di Mosca e contraria ad ogni integrazione darebbe il colpo di grazia all’Europa».
Innanzitutto occorre sottolineare che l’Europa è la prima nemica di se stessa a causa dei suoi meccanismi decisionali ingarbugliati e farraginosi. Mentre da sinistra si continua a dire, sbagliando, che togliendo il diritto di veto l’Ue sarebbe rafforzata non si vedono i macroscopici limiti di un sistema che parla a tre voci (Commissione, Consiglio d’Europa, Parlamento) e dove ancora non si è stabilito chi deve fare da mediatore politico nella guerra tra Russia e Ucraina.
I SOLITI NAZIONALISMI...
Sarebbe poi anche il caso di finirla di accusare i nazionalismi di essere nemici dell’Europa visto che l’Europa è proprio il frutto dei processi di unificazione che hanno riguardato i popoli che la compongono. La nazione non è concetto da demonizzare: si tratta solo di uno spazio politico dotato di una sua riconoscibilità culturale oltre i soli confini territoriali, grazie a un’impalcatura fatta di immaginario, forme di linguaggio, modelli estetici. Di qui la resistenza di questo modello dinanzi all’utopia di un mondo sempre più omogeneo, interconnesso e dominato dagli scambi commerciali. Al contrario tale utopia è stata vista come una minaccia e ha generato il persistente richiamo alla dimensione identitaria nazionale.
Anziché mortificare queste istanze ritenendole un pericolo o una deludente forma di regressione, l’Ue dovrebbe prendere atto che oltre i regolamenti burocratici esistono i popoli, le radici, le tradizioni. Richiamandosi a tutto questo, il lepenismo non solo non rappresenta un pericolo ma fornisce una risposta culturale alla lotta contro il passato incarnata dal wokismo cui si oppongono quanti difendono il valore della memoria.
Ma c’è un’altra ragione per la quale l’Europa è nemica di se stessa e deriva dall’incapacità di farsi Stato-civiltà secondo l’analisi molto interessante di Gerard Dussouy, esperto di geopolitica, per il quale oggi solo Cina, India, Islam (che si tratti di Turchia o dello stesso Iran) e Russia hanno saputo superare i limiti della globalizzazione valorizzando la propria storia e opponendosi a un Occidente in decadenza. Dussouy (le cui tesi sono spiegate in una lunga intervista sulla rivista Diorama letterario) non dà giudizi di valore ma si limita a prendere atto che le élite occidentali sono in grande ritardo nella comprensione dei fenomeni che stanno rifondando la geopolitica. Esse «hanno creduto che il mondo fosse diventato ciò che vorrebbero che fosse – fine della potenza, regolazione sociale di un’umanità senza frontiere, convivenza planetaria». E hanno tra l’altro «formattato le generazioni di una classe politica e massmediale alla quale sfuggono le realtà mondiali. La concezione universalista che l’Occidente ha dei diritti dell’uomo si trova a essere messa in discussione dall’esistenza tangibile del pluriverso».
CANONI PROGRESSISTI
Dinanzi a questo l’Europa, anziché scegliere il solito allarmismo verso chi non aderisce ai canoni dell’ideologia progressista, dovrebbe tentare di farsi anch’essa Stato-civiltà senza pensare che le sue origini affondino solo nei canoni dell’illuminismo. Perché la Cina è molto più avanti in questo? Perché, spiega ancora Dussouy, «in nome della civiltà che è da millenni sviluppa a grandi passi gli strumenti della propria ambizione estendendo la propria influenza per il tramite dei Brics e delle vie della seta». La confusa strategia trumpiana riuscirà ad aver la meglio su questi processi? L’investimento politico di cui ha parlato Meloni si riferiva proprio a un risveglio dell’Occidente e quindi dell’Europa inteso come capacità di guardare a queste nuove sfide. Pe questo non ha nulla di cui pentirsi, al di là del macchiettistico dibattito imbastito dalle sinistre italiane contro la politica estera del governo.