L’Unione Europea ha annunciato ieri di portare avanti l’iter di infrazione contro l’Italia (e altri 8 Stati membri) che non hanno ancora presentato il proprio piano nazionale di ristrutturazione degli edifici richiesto dalla direttiva “case green”, che prevede interventi strutturali per arrivare a un consistente risparmio energetico. Noi siamo molto favorevoli al risparmio energetico, la questione è il rapporto costi-benefici.
Intendo: se per risparmiare sui consumi devo affrontare spese che mi mettono sul lastrico è ovvio che la toppa risulterà peggio del buco. Siamo insomma di fronte all’ennesima follia dell’Unione che - come è successo nel campo delle automobili - ragiona e legifera in astratto su presupposti ideologici. Già si fatica ad arrivare a fine mese, ci manca solo una stangata sulla casa in nome del più teorico degli ecologismi, quello cioè che non tiene conto della realtà dei singoli Paesi. Il patrimonio immobiliare italiano spesso ultracentenario, la sua urbanistica e la sua orografia hanno infatti specificità che non sono paragonabili, per esempio, alle casette finlandesi per lo più in legno né alle villette spagnole che costituiscono il grosso dell’edilizia iberica.
Un conto è auspicare e incentivare, altro è pretendere e punire con decisioni calate dall’alto su dettatura di una casta di burocrati che fanno orecchie da mercante anche di fronte alla richiesta di Giorgia Meloni di maggiore flessibilità. Poi si chiedono come mai l’Europa non è sentita come patria comune, perché tutta questa diffidenza verso una maggiore integrazione. Per capirlo non c’è bisogno di volare alto, basterebbe rimanere coi piedi per terra. Emanare una norma non applicabile nei modi e nei tempi è peggio che vararne una sbagliata. Peggio perché oltre che sbagliato è pure stupido.