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Matteo Renzi, Oscar Giannino: "Canone Rai, i suoi tre ribaltoni in sei anni"

di Benedetta Vitetta domenica 7 gennaio 2018

2' di lettura

Il canone Rai, l'eterna questione mai risolta in Italia, da ieri è ritornata d'attualità. A rilanciare il tema il segretario dem, Matteo Renzi, che ha lanciato la proposta di abolirlo. "E' stato l'ennesimo capovolgimento di posizione del leader Pd: il terzo in 6 anni, e ogni volta si è trattato non di affinamenti, ma di ribaltamenti totali di impostazione" scrive Oscar Giannino in un'attenta analisi pubblicata su Il Mattino, "stavolta Renzi propone di abolire il canone, di finanziare la Rai pubblica fino a 2 miliardi di euro, l'equivalente delle risorse ottenuta oggi dalla tassa sul possesso di apparecchi di ricezione, ma spostando la somma a carico della fiscalità generale. Contestualmente vuole abolire il tetto alla raccolta pubblicitaria, oggi più basso in Rai rispetto alle tv private. L'obiettivo è tenere la Rai pubblica, ma su un piede paritario di risorse rispetto al canale commerciale". Leggi anche: Renzi? Così Mattarella lo fregherà dopo il voto E' pressoché stupefacente l'evoluzione del pensiero di Renzi sulla Rai, racconta Giannino, alla Leopolda del 2011 affermava: "Oggi la Rai ha 15 canali, dei quali solo 8 hanno una valenza pubblica. Questi vanno finanziati esclusivamente attraverso il canone. Gli altri, inclusi Rai1 e Rai2, devono essere da subito finanziati esclusivamente con la pubblicità, con affollamenti pari a quelli delle reti private, e successivamente privatizzati". Ai tempi, per il leader dem la tv pubblica "doveva essere riformulata sul modello Bbc (Comitato strategico nominato dal presidente della Repubblica che nomina i membri del Comitato esecutivo, composto da manager e dall'ad) con l'intento di tenere i partiti politici fuori dalla gestione della tv pubblica". Ma non ne restò nulla di tutto questo nella riforma Rai varata nel 2015 da Renzi premier. "Il punto forte della riforma fu la costituzione di un amministratore delegato che, a differenza del vecchio direttore generale ingessato da presidente e cda di nomina politica, ha molti più poteri" spiega Giannino, "è però espressione diretta ed esclusiva del governo, visto che è nominato su proposta del Tesoro. Il cda resta politico". Insomma, altro che tenere i partiti fuori dalla Rai: "a dare l'indirizzo all'azienda con questa riforma è di volta in volta il governo che ha vinto le elezioni. Ciao ciao al modello Bbc e capolavoro finale: il canone in bolletta elettrica per estendere ulteriormente le risorse finanziarie a disposizione della Rai. Un calcio in faccia della politica ai concorrenti privati della Rai, questo è stata la riforma". E ora la terza svolta. "E' ovvio il significato politico della nuova riconversione renziana" chiosa Giannino, "recuperare voti a sinistra e dire al proprio elettorato potenziale che nella prossima legislatura non c'è prospettiva di accordo con Berlusconi, visto che la proposta è un calcio a Mediaset. Ma se Renzi ha già mutato radicalmente idea tre volte, come escludere che in caso di necessità di accordo non si metterebbe in tasca anche questa nuova visione? Insomma: il trionfo del tatticismo".

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