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Basta scuse, ora riformate la giustizia

di Maurizio Belpietro domenica 20 aprile 2014

4' di lettura

A Milano volano gli stracci, a Palermo anche: per quanto riguarda Roma c’è solo da attendere. Tolto di mezzo Berlusconi, la giustizia si rivela per quel che è, ossia una guerra tra correnti (evitiamo di scrivere bande solo per non incorrere nei rigori della legge, che, quando ci sono di mezzo i magistrati, scatta come una tagliola). Il Procuratore capo del tribunale lombardo contro il suo aggiunto e viceversa. Il primo sibila al secondo una specie di avvertimento: occhio, che se fossi andato in bagno quando c’era da votarti, tu non saresti qui. Il secondo replica accusando il suo capo di avergli nascosto le carte e di essersi dimenticato nel cassetto alcune inchieste scottanti. Bel quadretto, che rincuora chiunque debba sottoporsi al giudizio dei signori con la toga, o, come in questo caso, che sia indagato dai suddetti signori. Tuttavia se a Milano più che un Palazzo di giustizia sembra un palazzo dei veleni, Palermo non è da meno. Una volta resi noti gli atti che riguardano la Procura del capoluogo siciliano, escono i dettagli di una guerra che anche lì ha visto contrapposti il numero uno e il numero due. Francesco Messineo, reggente dell’ufficio nella città che fu di Falcone e Borsellino, accusa il suo vice di aver fatto politica e insinua il dubbio che certe inchieste avessero obiettivi personali più che penali. Antonio Ingroia, che un anno fa ha appeso la toga per dedicarsi a tempo pieno alle sue campagne politiche, replica dando del bugiardo al suo capo. Mentre altri magistrati entrano a vario titolo nella rissa. Anche questa è una scenetta che mette tranquillità: se due uomini che dovrebbero assicurare il rispetto della legge si accusano l’un l’altro di averla aggirata, si può immaginare lo stato d’animo di chi è costretto a difendersi o a reclamare giustizia. E fin qui siamo alle cose note, che riguardano quella che un tempo veniva definita la Capitale morale e il capoluogo di Regione più sfiorato dalle infiltrazioni mafiose. Invece di esercitare l’azione penale, le procure più esposte sul fronte della criminalità organizzata (che i criminali abbiano i colletti bianchi o la coppola non fa molta differenza) se le danno di santa ragione. Messineo contro Ingroia e viceversa; Alfredo Robledo contro Edmondo Bruti Liberati andata e ritorno. Il tutto finisce davanti al Csm, che dovrebbe essere il tribunale delle toghe e stabilire chi abbia ragione e chi torto. Ma più che un Consiglio superiore della magistratura, quello è il consiglio supremo della spartizione, dove le correnti la fanno da padrone, al punto che tempo fa, per non deludere un collega e riservargli il posto a lui gradito, il Csm approvò una delibera in cui spostava di qualche decina di chilometri una città, in maniera che il compagno di militanza sindacale non venisse escluso. Milano e Palermo ad ogni buon conto non sono le sole città in cui si consumano faide tra magistrati. È di ieri la notizia che a Roma il procuratore capo è dovuto intervenire per ricordare che le intercettazioni non si fanno a strascico, ma su delega di un gip. In pratica è successo che nella fase di ascolto delle conversazioni svoltesi dentro un ristorante della Capitale, oltre al piano di fuga dei Marcello Dell’Utri, gli agenti abbiano colto anche qualche accenno imbarazzante sui rapporti tra un imprenditore e una toga. Secondo quanto riferisce il settimanale Panorama, il primo si sarebbe rivolto al secondo per ottenere l’alleggerimento di certi controlli e lo avrebbe ottenuto. Chi è questo magistrato? E saranno vere le vanterie dell’industriale o finanziere? Risposta difficile, perché la lentezza nei tribunali è la regola, ma a quanto pare anche gli sgambetti fra colleghi. Contrasti che si svolgono in punta di diritto e di coltello e che al singolo cittadino fanno capire una sola cosa e cioè che le sentenze vengono emesse in nome della legge e anche di qualche cosa d’altro. Fino a ieri i conflitti erano semi nascosti da un’unità d’intenti: i magistrati in apparenza non si dividevano fra loro perché c’era un nemico comune da abbattere, ma oggi che il Cavaliere è stato spedito all'ospizio ad allietare nonni e disabili, tornano gli antichi odi. Non sappiamo a che punto sia la marcia tra le riforme del presidente del Consiglio. A occhio, tra un rinvio e l’altro ci pare piuttosto in ritardo. Ciò nonostante se c’è una riforma che deve viaggiare spedita, questa è quella della Giustizia. Più di tanti provvedimenti annunciati e non ancora arrivati in porto, cambiare le regole con cui si amministra la legge potrebbe far crescere il Pil, ma di sicuro metterebbe ordine nei tribunali e contribuirebbe, oltre che a sedare le risse tra toghe, anche a far tornare la fiducia nella magistratura. L’alibi del Cavaliere non c’è più, la politica dunque non ha più scuse. di Maurizio Belpietro maurizio.belpietro@liberoquotidiano

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