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Annarita Patriarca: indagata, perse la bimba, assolta 17 anni dopo. Ecco la "giustizia"

di Simone Di Meo giovedì 28 maggio 2026

3' di lettura

«Dedico quest’assoluzione a una bambina che non è mai nata perché, quando fui travolta dal provvedimento cautelare di allontanamento fuori regione, avevo in corso una gravidanza difficile». Con questa intima confessione, la deputata di Forza Italia, Annarita Patriarca, ha accolto la decisione della Corte di appello di Napoli che ha posto la parola fine a un calvario giudiziario durato 15 anni e scaturito da vicende iniziate ben 17 anni fa. I magistrati di secondo grado, condividendo integralmente le tesi difensive degli avvocati Mario Griffo e Francescopaolo De Rosa, hanno confermato la sentenza di assoluzione pronunciata in primo grado, respingendo l’impugnazione che era stata proposta dalla Procura di Torre Annunziata. La formula è la più radicale prevista dal codice: «Il fatto non sussiste». «La fine di un incubo che ha provocato tantissima, inspiegabile sofferenza», ha commentato la parlamentare, vedendo finalmente cancellata una pesantissima costellazione di accuse. Al centro dell’inchiesta figurava l’appalto da oltre 1 milione di euro per il servizio di trasporto scolastico del Comune di Gragnano per il triennio 2009-2012. L’ipotesi originaria sosteneva che l’azienda di Afragola, inizialmente vincitrice della commessa, fosse stata estromessa dopo essersi rifiutata di accettare alcune assunzioni sollecitate dalla stessa Patriarca, all’epoca sindaca del Comune dei Monti Lattari. Secondo gli inquirenti, lei e un ex consigliere comunale avrebbero indicato alla ditta i nomi di persone vicine o imparentate con gli amministratori e con gli esponenti della maggioranza dell’epoca da inserire nell’organico.

Il punto di svolta, nella ricostruzione degli investigatori, sarebbe stato proprio il netto rifiuto opposto dall’impresa a quelle presunte pressioni. Da quel momento sarebbe scattata una vera e propria rappresaglia, caratterizzata da controlli a tappeto, contestazioni formali e dal blocco immediato delle attività. L’8 ottobre 2009 si registrò l’episodio più clamoroso: l’intervento dei funzionari municipali e dei caschi bianchi che fermò i mezzi prima dell’avvio del servizio, nonostante alcuni bambini fossero già saliti a bordo. Quelle contravvenzioni vennero successivamente annullate dal giudice di pace, ma l’iter era ormai compromesso: dopo la revoca dell’affidamento, Gragnano restò priva dello scuolabus per quasi sei mesi, in attesa del subentro di una nuova società, stavolta proveniente da Caserta. Una seconda aggiudicazione che, secondo la Procura, sarebbe andata a buon fine solo perché la nuova ditta avrebbe accettato quella «clausola non scritta» relativa alle segnalazioni del personale. L’impianto accusatorio aveva portato, a vario titolo, alla contestazione di reati gravissimi: concussione o tentata concussione, turbativa d’asta, abuso d’ufficio, corruzione e falso. Nel maggio 2012 il giudice per le indagini preliminari dispose il divieto di dimora in Campania per la Patriarca – all’epoca incinta - e per il consigliere comunale coinvolto, mentre per l’imprenditore casertano scattò la sospensione temporanea dall’attività. L’intera vicenda finì per occupare (ingiustamente) un ruolo pure nel successivo provvedimento di scioglimento del Comune di Gragnano per infiltrazioni camorristiche alimentando un cortocircuito mediatico-giudiziario che divampò per mesi e mesi sulla stampa locale.

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Le tesi del pm, tuttavia, sono crollate una dopo l’altra dinanzi al vaglio dei tribunali, rivelando la totale insussistenza del quadro probatorio. Già nel luglio 2017 il Tribunale di Torre Annunziata aveva assolto tutti gli imputati con formula piena perché «il fatto non sussiste», verdetto contro cui la Procura aveva presentato ricorso. Due giorni fa, la Corte d’Appello partenopea ha definitivamente spazzato via ogni ombra, confermando l’innocenza della deputata e di tutti gli altri cinque coimputati, e chiudendo una ferita personale profonda difficile da rimarginare. Un esito che ha spinto la deputata azzurra a una accorata riflessione finale sulla gestione di quella stagione: «Travolsero un’intera amministrazione gettando ombre dove non c’erano. Abbiamo tutti pagato un prezzo troppo alto per un processo», ha concluso, «che non aveva ragione di esistere».

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