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Strategia folle: Bersani ci porta a votare

Presi i presidenti delle Camere, la sinistra prepara un nuovo blitz per eleggere un Capo dello Stato gradito ai grillini. Ma formare un governo col M5S resta difficile. E le elezioni si avvicinano
di Andrea Tempestini domenica 17 marzo 2013

3' di lettura

di Maurizio Belpietro C’è stato un momento in cui Pierluigi Bersani ci era parso migliore della fama che lo precedeva. È stato quando, contro il parere della nomenclatura del partito, scelse di sottoporsi al giudizio delle primarie, giocandosi la candidatura a presidente del consiglio contro Matteo Renzi. Si è trattato però di un periodo di breve durata, perché subito dopo il compagno segretario si è impegnato con un certo successo nel confermare l’immagine che di lui avevamo. Ossia che fosse un funzionario di partito, privo fantasia e soprattutto di coraggio. Dopo averlo visto all’opera in queste settimane, e in quelle che hanno preceduto il voto, possiamo però dire che la carenza di fegato è compensata da una dose di avventurismo davvero non comune. Pochi infatti tra i leader della sinistra che lo hanno preceduto avrebbero imboccato la strada da lui intrapresa. Anzi, crediamo che nessuno avrebbe avuto la spregiudicatezza di tentare l’operazione di spaccare il Movimento 5Stelle, preparando il terreno a una legislatura costruita sulle sabbie mobili e a un esecutivo ad alta instabilità.  Eppure questa è la decisione presa dal più grigio e apparentemente più moderato fra i leader della sinistra. Chiunque al posto suo, preso atto della sconfitta elettorale, avrebbe scelto di avviare una trattativa con l’unico partito disponibile, ovvero il Popolo della libertà, cercando di battere la strada dell’unità nazionale. Bersani al contrario si è avviato sul sentiero più impervio, quello del conflitto nazionale, esponendo il paese a diversi rischi, primo fra tutti quello di trovarsi senza governo durante un’aggressione della speculazione finanziaria. L’elezione di Laura Boldrini alla Camera e di Piero Grasso al Senato non ha infatti altra ragione se non quella si cercare di conquistare qualche voto grillino, rompendo la compattezza del Movimento cinque stelle. Sui diritti degli immigrati in cui è campionessa l’ex portavoce dell’alto commissariato delle Nazioni unite e sulla lotta alla mafia di cui è stato per anni il principale protagonista l’ex capo della Dda, Bersani ha infatti conquistato qualche consenso, incrinando per la prima volta il fronte dell’M5S, che dopo una riunione assai turbolenta è stato costretto a concedere per l’elezione dei presidenti delle Camere libertà di voto, rimangiandosi la promessa di non votare per altri che non fossero i rappresentanti del movimento stesso. Il segretario del Pd ha dunque portato a casa un risultato positivo, ma basta questo piccolo successo per immaginare domani la nascita di un esecutivo destinato a durare? Certo, dopo il voto ai due esponenti del Pd sia alla Camera che al Senato, è facile immaginare che la linea del Partito democratico porterà ad eleggere con un altro blitz, in barba a qualsiasi linea di condivisione, anche il nuovo presidente della Repubblica. Così al Quirinale potremo trovarci Romano Prodi o Anna Finocchiaro, ma anche tipi come Stefano Rodotà o Dario Fo, che non hanno altra caratteristica se non di essere graditi ai grillini. Ma dopo? Una volta eletto contro ogni logica di buon senso anche il capo dello stato, che si fa? Pensa davvero Pierluigi Bersani di poter dare via libera a un governo con gli esponenti del Movimento Cinque stelle o con l’appoggio esterno di questi? Crede sinceramente che si possa governare un paese complesso come l’Italia con un sistema assembleare che ricorre ogni volta alla discussione interna all’M5S prima di prendere una decisione? Come ritiene di poter rispondere alle necessità dell’Italia, che richiedono opere pubbliche come l’alta velocità o i rigassificatori, se il suo esecutivo si regge sui voti di un gruppo che è dichiaratamente contrario a qualsiasi investimento del genere? E quando si presenterà in Europa che cosa dirà, che il suo alleato è un signore che vuole fare un referendum sull’euro? Insomma, la sensazione è che il segretario ieri abbia vinto una battaglia e che si prepari anche a vincere quella del Quirinale, scegliendo un presidente della Repubblica che piaccia al comico genovese e ai suoi seguaci, ma che poi si avvii a perdere la guerra più difficile, ossia quella della formazione del nuovo governo, perché se su un nome Bersani può raccogliere una dozzina di voti grillini, sulla fiducia e sul programma dell’esecutivo è assai più difficile rastrellare consensi.  È per questa ragione che, dopo aver toccato con mano la spregiudicatezza ma anche la mancanza di coraggio del segretario Pd, ci spingiamo a scommettre che le elezioni sono più vicine. Il leader della sinistra non è né un Togliatti né un Berlinguer, non è il Migliore ma purtroppo un peggiore. Che incapacità e ambizione ci sta portando in un vicolo cieco.

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