Ieri è andata in scena una rappresentazione plastica dell’Italia reale. Da una parte quindici milioni di italiani lavoratori - stima di Federalberghi - si sono messi in viaggio per trascorrere qualche giorno di meritata vacanza in occasione del ponte del 2 giugno, dall’altra qualche migliaio di invasati Pro-Pal e assimilati hanno tentato di bloccare l’Italia con uno sciopero indetto dai Cobas, i sindacati rossi.
Nel primo caso parliamo di gente che ha sempre lavorato e vuole continuare a farlo possibilmente in santa pace; nel secondo di guastatori di professione che issando la bandiera palestinese intendevano rovinare la festa ai primi. Missione fallita, e questa è una buona notizia che smentisce le tinte fosche con cui le opposizioni politiche e mediatiche raccontano lo stato di salute del Paese, dell’economia e della democrazia. Intendiamoci, problemi ce ne sono a iosa e nessuno, tantomeno noi, li nega. Ma la strada intrapresa dal governo dà i suoi frutti - compatibilmente con la sciagurata congiuntura internazionale - li sta dando come dimostrano i dati forniti ieri dal’Istat su occupazione e crescita (nonostante i disgraziati dazi trumpiani è aumentato pure l’export con gli Stati Uniti).
Ci compiaciamo del lavoro fatto ma più che dalla parte del governo stiamo da quella dei quindici milioni di italiani che oggi sono in vacanza perché se la sono conquistata sul campo, che ai cortei ideologici preferiscono la vita reale e lo facciamo senza chiedere che partito votino o cosa pensino di Trump. Se interpellassimo loro, uno per uno, su che cosa si aspettano scopriremmo cose non lontane da quello che questo governo sta facendo o quantomeno provando a fare: più lavoro, più sicurezza, più legalità e stabilità, meno Stato e più libertà. In altre parole: basta con la dittatura politica e mediatica delle minoranze, dell’odio e della frustrazione mascherati da impegno politico, della complicità con i nemici dell’occidente. Se la sinistra, anche quella che si dichiara progressista, vuole continuare a rimanere ostaggio e alleata delle sue frange più estreme si accomodi.
Auguri, ma la storia insegna che così non si va da nessuna parte, soprattutto non si potrà mai governare un Paese che aspira a mantenere e se possibile accrescere il suo livello di benessere. Governare, in ultima analisi, significa fare quello che si può, con quello che si ha nel luogo in cui si è. Riuscirci è già tanta roba.
Ps: torno oggi alla direzione di Libero con orgoglio ed entusiasmo. Ringrazio l’editore, la famiglia Angelucci, per la fiducia, conto sull’aiuto della redazione e sulla comprensione di voi lettori. Ci aspettano mesi importanti e ricchi di novità.