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IRCCS San Raffaele, Barbanti: la neurobiologia del tifo e dell’attesa dietro la dopamina collettiva dei Mondiali

mercoledì 1 aprile 2026

3' di lettura

L’Italia non andrà ai Mondiali. Di nuovo. E già questo, da solo, basterebbe a dire qualcosa non tanto sul calcio italiano, su cui ormai si esercitano con zelo necroforo i geometri del disastro, ma su noi stessi. Perché ogni esclusione non è soltanto una débâcle sportiva, è una piccola amputazione sentimentale. “Ci tolgono il torneo, sì. Ma soprattutto ci tolgono quell’ultima, un po’ scema e un po’ sublime, occasione di piangere e abbracciarci ancora che chiamiamo sincronizzazione emotiva” afferma il professor Piero Barbanti, Direttore dell’Unità per la Cura e la Ricerca su Cefalee e Dolore dell’IRCCS San Raffaele di Roma e ordinario di Neurologia all’Università San Raffaele. Il punto è che i Mondiali non erano solo calcio. Erano una tregua antropologica. Una sospensione delle ostilità civili. Un armistizio emotivo. In un Paese che riesce a litigare su tutto, sul traffico, sul meteo, sulla carbonara, sul patriarcato, sul rigore c’era o non c’era, i Mondiali avevano il talento quasi liturgico di metterci, se non d’accordo, almeno nella stessa stanza. Oggi quella stanza resta vuota. O peggio, occupata dai commentatori.

“C’è poi un dettaglio che sfugge ai sacerdoti del “bisogna ripartire dai giovani”, ai commissari tecnici da divano, ai pedagoghi del possesso palla, i Mondiali erano un fatto di educazione sentimentale. Noi, noi che abbiamo conosciuto le estati con i Mondiali, siamo cresciuti dentro un calendario parallelo, nel quale giugno e luglio non erano mesi ma stati d’animo”, sottolinea l’esperto. C’erano le finestre aperte, i televisori troppo alti di volume, le cene anticipate, le urla dal balcone, i rigori vissuti come un referendum sulla vita. C’erano i padri che si agitavano, le madri che fingevano disinteresse e poi chiedevano il risultato, gli amici convocati come a un consiglio di guerra, le strade che si svuotavano e si riempivano nel giro di un gol. I nostri ragazzi, invece, tutto questo lo conoscono come si conosce una civiltà perduta, per frammenti, per racconti, quasi per mitologia. Sanno che un tempo esistevano le estati dei Mondiali, ma non ne hanno esperienza. “Per loro è materia da archivio, da repertorio sentimentale altrui. Come i telefoni a gettone o le cabine al mare, cose che sembrano esagerazioni di chi c’era”, commenta il neurologo.

E invece no. Esistevano davvero quelle sere in cui il Paese si fermava senza bisogno di decreto, e milioni di persone trovavano naturale fare la stessa cosa nello stesso momento, senza doversi prima odiare sui social. È su questo che Barbanti coglie un punto essenziale quando spiega che “il motore di tutto è anzitutto l’attesa. Prima ancora della partita, c’è quella mobilitazione del corpo e della mente che trasforma il quotidiano in vigilia. La prospettiva dell’evento mette in moto energia, attenzione, inquietudine. È il sistema nervoso che smette di amministrare e comincia a prepararsi. La banalità delle ore si ritira. Arriva il sentimento del possibile”. Poi, naturalmente, c’è la partita. E cioè il rischio. E qui Barbanti ricorda una cosa che vale per il calcio e forse anche per la vita “il piacere non sta tanto nel risultato acquisito, quanto nell’incertezza. Il cervello si accende non quando sa già, ma quando spera ancora. È il rischio che eccita, non il verbale finale. Per questo il tifoso vive male le partite facili e malissimo quelle già perse. Ama il bordo del precipizio, la sospensione, l’attimo in cui tutto può ancora succedere. La dopamina, in fondo, è una sostanza conservatrice, vuole che il mondo non sia ancora deciso”.

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