Orgoglio e pregiudizio. L'orgoglio è quel che serve all’Italia per sfangare la Bosnia (stasera alle 20:45, diretta Rai Uno) e conquistare il Mondiale dopo 12 anni. Sfangare nel vero senso della parola, su un campo pesante quanto il contorno composto dagli 8mila del catino del Bilino Polje e dagli oltre 100mila pronti ai caroselli in città. Il pregiudizio, invece, è quello che gli azzurri devono scollarsi di dosso, perché l’Italia intera, scottata da due Mondiali mancati, li guarda ancora con fisiologica diffidenza. Ma è anche il pregiudizio di Gattuso verso le novità di formazione, fermamente intenzionato a riproporre gli stessi undici di Bergamo, compreso Retegui.
Giudiziosa è stata invece la vigilia. L’Italia ha svolto di buon grado l’allenamento di rifinitura a Coverciano, visto che l’Uefa ha vietato a entrambe le squadre di calpestare il prato del Bilino Polje (anche la nazionale bosniaca si è allenata a Sarajevo). Un terreno che si preannuncia comunque molle e insidioso, con zolle pronte a saltare; il dispendio di energie sarà notevole, fattore che peserà anche sui padroni di casa, reduci dai 120 minuti massacranti contro il Galles. «Se facciamo l’uno a zero, parcheggiamo l’autobus da una parte. Se invece prenderemo gol, lo parcheggeremo dall’altra», ha dichiarato Sergej Barbarez, ct della Bosnia, tra il serio e il divertito. «Da un anno e mezzo giochiamo in questo modo e non credo sia il momento di fare esperimenti», ha poi aggiunto, blindando il suo 4-4-2 d’ordinanza.
ASPETTO MENTALE
Uno schieramento perlomeno semplice da decifrare per Gattuso che, alla vigilia, ha rimesso l’accento sull’aspetto mentale: «Il campo è brutto sia per noi che per loro. È da deboli cercare alibi di questo tipo. Se non siamo belli va bene lo stesso. Il pullman parcheggiato dalla Bosnia? Barbarez gioca a poker...» letteralmente e metaforicamente, nel senso che è un giocatore professionista e trasferisce nel mestiere di allenatore la dissimulazione tipica del tavolo da gioco. La domanda su un eventuale fallimento arriva da un giornalista bosniaco, che ci gioca un po’ su. E il ct risponde che, nel caso, «si prenderà le dovute responsabilità», cosa accaduta in passato, di fatto, solo con Prandelli dopo gli ultimi Mondiali da noi disputati (nel lontano 2014).
«A volte, nella nostra storia, siamo diventati campioni pur non essendo i più forti, con grande cattiveria agonistica, con grande spirito. È questo che non deve mancare», spiega Gattuso ed è chiaro l’intento, se sommato alla descrizione della Bosnia come una squadra «forte, sfacciata, che sa giocare a calcio e ha grande forza fisica». E ancora, sul siparietto dell’esultanza di Dimarco, dice che «siamo stati sciocchi noi».
È un processo che vuole rialzare le antenne degli azzurri dopo il comprensibile sollievo post-Bergamo, nella consapevolezza che stasera quel livello non basterà. Siam pronti alla morte, canteranno come sempre i nostri giocatori. Ma mai come stavolta il concetto è attinente a ciò che potrebbe succedere in caso di sconfitta. Una morte sportiva e professionale per il movimento italiano, per questa generazione di giocatori e, di sicuro, per Gattuso, che intende giocarsela con i suoi undici fedelissimi.
La partita di Bergamo ha suggerito chiaramente che Esposito è più in forma di Retegui; che Palestra aiuterebbe a progredire meglio sulla fascia destra rispetto al mancino Politano; che contro due pesi massimi come Dzeko e Demirovic servirebbe un marcatore puro ad aiutare Bastoni; e che Cristante, rispetto a Locatelli, potrebbe offrire più peso specifico. Ma Gattuso preferisce la linea della coerenza. Anche i cambi sembrano annunciati, con Esposito primo a entrare, seguito da Palestra e Pisilli, oltre a Gatti e Cristante. Di fatto ha messo la carriera da allenatore nelle mani di questi ragazzi. Lo aveva detto lui stesso mesi fa: se fallisce, andrà in un posto sperduto. E allora speriamo che domani le agenzie viaggi non servano al ct ma agli italiani per organizzare l’estate in Canada, Messico o Stati Uniti.