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Il procuratore e la campagna via messaggio peril “No”

di Simone Di Meo sabato 27 dicembre 2025

2' di lettura

C’è un nuovo genere che avanza nel dibattito pubblico italiano. Non è il comizio, non è l’editoriale, nemmeno il post militante. È il “broadcast WhatsApp” istituzionale, versione palmare dell’orazione civile. A inaugurarlo con naturalezza è il procuratore della Repubblica di Bari, Roberto Rossi. Il messaggio arriva diretto sul cellulare. «Sono Roberto Rossi, magistrato. Per ragioni di amicizia, conoscenza lavorativa o occasioni varie posseggo il numero di cellulare a cui sto inviando il messaggio (tramite un lista broadcast che rispetta la privacy del numero di cellulare). Utilizzerò il cellulare per inviarvi (con parsimonia) materiale del comitato del NO per il referendum. Chi non è interessato può scrivermi e lo eliminerò dalla lista. Chi è interessato per favore lo diffonda. Un caro saluto». La forma è gentile. Il tono è pacato. Il contenuto, però, è di quelli che fanno “levar le ciglia in soso”, direbbe Dante. Un procuratore in carica che annuncia l’uso del proprio telefono per diffondere materiale politico refe rendario. Con parsimonia, certo. Con garbo. Ma anche con disarmante normalità, come se il confine tra funzione e militanza fosse un dettaglio di stile. Il passaggio più raffinato è quello sulla riservatezza: la lista broadcast «che rispetta la privacy del numero di cellulare».

Una formula perfetta. Rassicurante. Subito dopo, l’invito: chi è interessato, diffonda. La catena di Sant’Antonio in toga. Il passaparola elevato a metodo democratico. E anti-governo. Il contesto, del resto, è quello di una magistratura sempre più presente nello scontro politico sulla riforma della giustizia. Il fronte del No al referendum è mobilitato. Lo denuncia apertamente Gian Domenico Caiazza, presidente del Comitato Sì Separa della Fondazione Einaudi, che su X spiega come «più tardi è, meglio è», perché al Sì servirà tempo per smontare le menzogne degli oppositori. Una battaglia di comunicazione, prima ancora che di merito. Ma la temperatura sale quando il dibattito scivola sui social. Tutto parte da un commento su LinkedIn, attribuito al presidente dell’Anm Cesare Parodi, sotto un post di un avvocato che definisce il governo «fascista e liberticida» per aver promosso il referendum. Il commento è breve ma incendiario: «Apprezzo moltissimo. E non mi sorprendo. Grazie!». Il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè reagisce duramente.

Parla di «brividi istituzionali» e avverte: se quel commento fosse autentico, «saremmo davanti a uno scenario eversivo». Parodi replica poche ore dopo. Ammette l'intervento, ma ne contesta la lettura: «Ho commentato un post di un avvocato che ha preso posizione per il No», chiarisce. «Non avevo alcuna intenzione di condividere le sue parole nei confronti del governo». Poi l’affondo: questo referendum, dice, «sta diventando, per troppe persone che sostengono il Sì, una ragione di rivalsa personale più che di disputa politica». Questa è bella...

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