Il referendum sulla giustizia stende i suoi effetti (negativi) anche sulla magistratura. Le toghe sembrano più divise oggi che prima del voto. Le dimissioni del segretario di Magistratura Indipendente, Claudio Galoppi, sono solo la punta dell’iceberg. Guidava la corrente più numerosa dell’Anm, quella che ha espresso il nuovo presidente, Giuseppe Tango, e che aveva indicato anche l’uscente Cesare Parodi, che ha svolto solo un anno su quattro di mandato e ha salutato con dimissioni sibilline «per gravi motivi famigliari».
Galoppi lascia sbattendo la porta, con una lettera alla presidente della corrente, Loredana Micciché. «Ho maturato la decisione con sofferenza», scrive, «dopo aver amaramente constatato intorno a me mancanza di trasparenza, carrierismi, attaccamento alle cariche, personalismi, piuttosto che leali confronti sui contenuti dell’azione associativa».
Il passo indietro non può non essere messo in relazione con la nomina per acclamazione di Tango, che è stata una sconfitta politica per i vertici di Magistratura Indipendente. Lo è stata per Galoppi, che solo un anno fa era riuscito a stoppare l’attuale fresco presidente, oggi 43enne, con la scusa della giovane età e a imporre Parodi benché si fosse classificato settimo tra i candidati alle elezioni.
A questo giro però l’ex potentissimo segretario non ha avuto la forza spingere il sostituto pm napoletano Antonio D’Amato, più legato alla tradizione dell’ala moderata della magistratura e al quale anche Parodi ha dichiarato che avrebbe voluto cedere il testimone. Ma è stata una sconfitta anche per Micciché, che spingeva la collega romana Chiara Salvatori, in una logica di sfida territoriale che vede l’asse Nord-Sud rivaleggiare con il blocco delle toghe del Centro.
Tango ha piroettato su questi scontri interni alla sua corrente, danzando con Area e Magistratura Democratica e facendosi nominare per forza propria, senza baciare la pantofola ai mamma santissima che non lo volevano. Si è fatto forte del pieno di voti ottenuto un anno fa e di una presa di posizione molto decisa in favore del No. Durante la campagna referendaria ha usato espressioni come «indebolimento della Costituzione», «democrazia esposta a rischi concreti», «giudice non più libero di decidere secondo legge ma secondo ciò che è gradito al potere di turno», per smontare la riforma. Sono parole interpretabili, per chi volesse essere malizioso, come un messaggio alle correnti di sinistra e a Unicost che era lui l’uomo su cui puntare. Obiettivo centrato.
Oggi il presidente tende la mano al governo. Ha garantito al Guardasigilli, Carlo Nordio che su come migliorare la giustizia «saranno trovati elementi di concordia». Però la sensazione è che sia iniziata una nuova era. La segreteria di Galoppi aveva garantito che nel corpo della magistratura convivessero comunque due anime, una decisamente di sinistra, un’altra più moderata. Le sue dimissioni lasciano un grande punto interrogativo. Ma già si può azzardare una lettura.
La sensazione di una buona parte delle toghe che hanno votato per il Sì è che la nomina di Tango riunifichi le varie anime di Anm in un corpaccione unico, con Magistratura Indipendente fatalmente attratta dalle forze progressiste e sinistre di Magistratura Democratica e Area. Lo fa capire Galoppi nella sua lettera d’addio, quando rivendica di aver avuto «il solo obiettivo di rafforzare l’identità culturale della mia corrente, ravvivando il suo prezioso patrimonio di valori e principi». Che ne sarà da domani di tutto questo?
L’anima moderata dell’Anm sparirà, temono in molti. Tanto che c’è chi, tra il 74% dei magistrati che, pur aderendo all’associazione non sono iscritti a nessun partito, medita di fondare un secondo sindacato, alternativo. Già, perché nella fantastica democrazia delle toghe, il sindacato è unico, come il gran partito, e le correnti sono appunto solo tali.