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Quel tiro al piccione del Csm al giudice

La via crucis di Guido Salvini: giustizia, una (brutta) storia esemplare
di Francesco Damato sabato 28 febbraio 2026

3' di lettura

Il notissimo Guido Salvini, 71 anni compiuti a dicembre, dei quali 40 trascorsi nei tribunali, soprattutto a Milano, con funzioni di giudice istruttore e poi di giudice delle indagini preliminari, nel processo riformato da Giuliano Vassalli, si presenta, o si lascia presentare, così nella terza pagina di copertina dell’autobiografico Tiro al piccione, pubblicato da poco da Pendagron: «Non ha mai fatto parte, per ragioni di indipendenza e di dignità personale, di alcuna corrente organizzata della magistratura». E ne ha pagato le conseguenze, direi, impiegando sette anni per uscire assolto da un procedimento disciplinare passato per due Consigli Superiori della Magistratura e sostanzialmente promosso contro di lui da iniziative cervellotiche, e reclamizzate dal Corriere della Sera, della Procura ambrosiana. Dove non godeva, appunto per la sua concezione della magistratura associata, di simpatie. Tanto più il suo lavoro era proficuo di risultati tanto più lui diventava scomodo e antipatico.

Fu decisivo, per tirarlo fuori dal processo kafkiano di due, ripeto, Consigli Superiori della Magistratura- intesi come due edizioni successive, essendo ancora unico il Consiglio Superiore che la riforma costituzionale sotto procedura referendaria vuole separare in due, come le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri - una lettera di sostanziale protesta e diffida dell’allora presidente della commissione parlamentare di indagine sulle stragi Giovanni Pellegrino, del Pci e edizioni successive: non quindi della destra odiatissima dalla sinistra. Una commissione parlamentare d’indagine, quella sulle stragi, che aveva potuto avvalersi della professionalità e dell’esperienza proprio di Guido Salvini per esplorare quel complesso fenomeno dell’eversione terroristica che aveva insanguinato il Paese.

L’obbiettivo della Procura di Milano alla quale Salvini non piaceva era di allontanarlo per «incompatibilità ambientale», insomma di liberarsene, puntando sulla natura atipica di quel tribunale chiamato Consiglio Superiore della Magistratura. E che la riforma sotto procedura, ripeto, referendaria vuole sostituire con un organismo nuovo e veramente terzo, chiamato “Alta Corte” disciplinare. Altra cosa che l’associazione nazionale dei magistrati naturalmente contesta.

Di fronte al tribunale, spero uscente davvero, del Consiglio Superiore della Magistratura un sottoposto senza coperture associative e correntizie «non è più un giudice indipendente». «Sei un ostaggio, un prigioniero dell’Inquisizione», in un «meccanismo giudiziario testimonia Salvini- che non si dà limiti di tempo e comporta subito, fra l’altro, il blocco delle promozioni maturate con gli anni». In una magistratura peraltro in cui “le promozioni -osserva ancora Salvini- sono automatiche, anche per gli incapaci, non si negano a nessuno”. «La regola del gioco -racconta e spiega ancora il magistrato alla fine assolto senza ricevere “le scuse di nessuno”- è che chi ha ragione e chi ha torto è già stabilito in partenza, in quanto il Consiglio Superiore della Magistratura, che è al tempo stesso accusatore e giudice, ne fissa appunto le regole: l’accusato è “incompatibile” per definizione con l’ambiente e quindi l’accusato se ne deve andare». Scampato alla «deportazione chissà dove, non all’isola del Diavolo, perché i tempi e le pene sono cambiati, ma comunque dove la mia vita professionale, personale e familiare sarebbe stata distrutta», il pensionato Salvini racconta: «Passo ogni tanto in piazza Indipendenza a Roma e alzo lo sguardo verso Palazzo dei Marescialli con le sue mura squadrate, la sede del Csm da cui i suoi consiglieri ipocriti mi hanno portato via sette anni di vita. Ora non possono più convocarmi per torturarmi”. Il turno potrebbe spettare ad altri se la riforma non venisse approvata fra 23 giorni. Quanti ne mancano al referendum.

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