La base cattolica, animata da centinaia di movimenti e associazioni, è sempre stata libera in politica e non farà eccezioni per il referendum. Libera pure nei confronti dei vescovi che strizzano l’occhio al No e ospitano convegni nei quali partecipano solo relatori contrari alla riforma dell’ordinamento giudiziario. Una conferma di questa libertà sono i 135 comitati “Per un giusto Sì”, attivi in tutta Italia. «È la grande risposta dei territori e di tanti cattolici che hanno a cuore l’aspetto antropologico della riforma», spiega Domenico Menorello, vicepresidente del comitato nazionale. Assieme ad altri, queste realtà hanno promosso un confronto al quale ieri hanno partecipato, tra i tanti, il presidente emerito della Corte costituzionale Antonio Baldassarre, l’ex procuratore generale presso la Cassazione Luigi Salvato, l’ex ministro Maurizio Sacconi e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri Alfredo Mantovano. Davanti alla sala di piazza San Salvatore in Lauro piena (buon segno), è stato proprio Mantovano a entrare nei dettagli della manovra.
Senza risparmiare espressioni forti, come quando ha illustrato il motivo per cui è stata creata l’Alta corte disciplinare, che prenderà il posto della sezione disciplinare del Csm e sarà composta per tre quinti da magistrati sorteggiati. L’obiettivo, ha detto, è «ridurre le impunità e i premi alla sciatteria di certa magistratura». Il nuovo organo servirà infatti «a sanzionare i magistrati negligenti, sciatti e che non hanno in considerazione neanche i fondamenti generali della deontologia». Per essere più chiaro ha mostrato alcune valutazioni di singole toghe fatte dal Csm tra il 2016 e il 2024, scelte tra quelle (e ce ne sono tante) che dimostrano «un mix non particolarmente commendevole tra l’attività della sezione disciplinare e l’avanzamento in carriera». C’è il caso del magistrato che aveva «dimenticato» un imputato in carcere e lasciato decorrere il termine massimo di custodia cautelare, tenendo l’uomo in cella ben 322 giorni più del dovuto. Eppure, ha ironizzato Mantovano, in sede disciplinare quel magistrato «ha subìto la “pesantissima” sanzione della censura». Ovvero «l’equivalente calcistico dell’arbitro che mette mano al taschino e dice “guarda, che adesso tiro fuori il giallo”, e poi non lo tira fuori». E la sua valutazione di professionalità, ha proseguito il sottosegretario leggendo la pagella stilata dal Csm, è stata positiva, perché «tutto questo è stato ritenuto irrilevante ai fini della sua capacità, laboriosità, diligenza e impegno».
Altro caso istruttivo, quello della giudice che «ci pensa un po’ prima di depositare i suoi provvedimenti», accumulando decine e decine di ritardi, il più lungo dei quali è durato 1.388 giorni. Eppure, secondo il Csm, «i rilevati ritardi non sono tali da incidere significativamente» sui suoi parametri di valutazione. Anche lei promossa a pieni voti, quindi. Morale di Mantovano: «Se queste sono le performance dell’attuale sezione disciplinare del Csm, con l’Alta corte disciplinare si potrà solo migliorare». Quanto agli elettori cattolici, il sottosegretario si dice convinto che «voteranno Sì, perché puntano alla realizzazione di una giustizia coerente con i principi della dottrina sociale della Chiesa. La riforma va certamente in questa direzione, individuando un giudice terzo e imparziale e dando una percezione e una realtà di merito e di professionalità ai magistrati». Stessa conclusione cui giunge Sacconi: «Per i cattolici partecipare al referendum significa essere consapevoli della posta in gioco». L’ex ministro si è rivolto agli ecclesiastici, senza nascondere l’intenzione polemica: «Chiedo ai sacerdoti: non c’è nulla da osservare su una giurisprudenza che si è sostituita al parlamento riscrivendo l’umano?». La riforma, ha spiegato, servirà anche a «coniugare finalmente umanesimo positivo e giustizia».
Tra gli studiosi cattolici del diritto, i più sensibili ai «valori non negoziabili», i principi etici fondamentali della Chiesa, si stanno mobilitando in favore del nuovo testo della Costituzione. Antonio Scino, presidente dell’Unione romana dei Giuristi cattolici, sostiene che «votare Sì serve a riaffermare la divisione tra potere normativo e potere giudiziario». Un’operazione necessaria dopo quello che si è visto «in occasione delle sentenze sul fine vita o sulla trascrizione dei matrimoni dello stesso sesso», prodotte da «letture troppo creative» dei magistrati. Baldassarre ha puntato invece l’indice sull’anomalia italiana: «Siamo l’unico Paese democratico in cui non c’è la separazione delle carriere», e quindi approvare la riforma significherà «lasciare il fondo della speciale classifica mondiale che ci vede al pari della Bulgaria e del Bangladesh». L’entrata in scena di uno schieramento così organizzato di cattolici favorevoli al Sì ha provocato la reazione del fronte opposto. «Resistiamo alla tentazione di utilizzare le autorevoli dichiarazioni del cardinal Zuppi e della rivista Aggiornamenti Sociali dei Gesuiti», ha risposto Giovanni Bachelet, presidente del comitato Società civile per il No. Tanto per ricordare che una parte importante delle gerarchie sta da quella parte e contro il testo del governo.