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La separazione rafforza la magistratura e i cittadini

Oggi, pm e giudici appartengono allo stesso ordine e possono passare da una funzione all’altra. Risultato: un forte corporativismo interno
di Gabriele Albertini mercoledì 4 marzo 2026

 Toghe

3' di lettura

Negli ultimi anni, il dibattito sulla giustizia italiana si è acceso attorno a un dato difficilmente contestabile: il sistema disciplinare e di valutazione interna della magistratura mostra percentuali di promozione e di archiviazione che rasentano la totalità.

Partiamo dai numeri. Tra il 2017 e l’ottobre 2025, lo Stato italiano ha riconosciuto 6.485 casi di ingiusta detenzione, per un totale di circa 278,6 milioni di euro pagati ai cittadini. Parliamo di una media di oltre 30 milioni di euro all’anno. Non si tratta di assoluzioni per decorso del tempo, ma di casi in cui un giudice ha riconosciuto che la custodia cautelare non doveva essere applicata.
A fronte di questi quasi 6.500 casi, le azioni disciplinari avviate nei confronti dei magistrati sono state 93. E le sanzioni effettivamente comminate sono state 10: nove censure e un trasferimento di sede. Dieci su 6.485 casi risarciti.

Parallelamente, osserviamo il funzionamento ordinario del sistema disciplinare. Negli ultimi anni, sono pervenute alla Procura generale presso la Corte di Cassazione in media 1.700–1.800 segnalazioni all’anno a carico di magistrati. Di queste, circa il 95–96% viene archiviato prima ancora di arrivare a un vero procedimento disciplinare davanti al Csm. Solo una piccola frazione – meno del 5% – si trasforma in azione disciplinare. E, come abbiamo visto, solo una parte minima di queste conduce a sanzioni.

Infine, consideriamo le valutazioni di professionalità: tra il 2021 e il 2025, le valutazioni positive deliberate dal Csm si attestano stabilmente tra il 98% e il 99%. In sostanza, quasi tutti i magistrati vengono giudicati idonei alla progressione di carriera.

Nessuna organizzazione complessa – pubblica o privata – presenta percentuali di valutazioni positive prossime al 100% e, contemporaneamente, un sistema disciplinare in cui oltre il 95% delle segnalazioni viene archiviato. Questo non significa che la magistratura italiana sia composta da professionisti incapaci o in mala fede; significa che il sistema di controllo interno è strutturalmente poco incisivo.

Ed è qui che entra in gioco la riforma costituzionale. Oggi, pubblici ministeri e giudici appartengono allo stesso ordine, condividono lo stesso Consiglio superiore della magistratura e possono, nel corso della carriera, passare da una funzione all’altra. Questo assetto – pensato nel dopoguerra per garantire indipendenza dal potere politico – ha prodotto nel tempo un forte corporativismo interno, in cui chi giudica disciplinarmente appartiene allo stesso corpo professionale del giudicato.

La separazione delle carriere non è una punizione per i magistrati, ma un rafforzamento delle garanzie per i cittadini. Il pubblico ministero è parte processuale, titolare dell’azione penale. Il giudice è terzo e imparziale. Separare in modo netto le carriere significa rafforzare la percezione – e la sostanza – della terzietà del giudice.
La riforma del Csm, con una composizione e meccanismi meno auto referenziali, mira invece a rendere effettivo il principio di responsabilità. Indipendenza non può significare irresponsabilità. L’autogoverno non può tradursi in autoreferenzialità.

Il referendum costituzionale non chiede di indebolire la magistratura. Chiede di renderla più forte, più credibile, più coerente con i principi dello Stato di diritto. Un sistema in cui quasi tutte le valutazioni sono positive, quasi tutte le segnalazioni sono archiviate e le sanzioni sono statisticamente irrilevanti non è un sistema equilibrato: è un sistema che ha bisogno di essere riformato.

Votare Sì significa scegliere un modello in cui indipendenza e responsabilità convivono. Significa rafforzare la fiducia dei cittadini nella giustizia. Significa riconoscere che l’autonomia è un valore costituzionale, ma che senza effettivi contrappesi rischia di trasformarsi in chiusura corporativa. La riforma non è contro qualcuno. È per un sistema più equilibrato, più trasparente e più giusto. Per questo è necessario votare SÌ.

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referendum giustizia
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separazione delle carriere

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