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Tortora non lottò contro il fato ma contro gli errori di pm e giudici

Ricorrere al fato ossia al cosiddetto destino ineluttabile, alla legge divina suprema, superiore a qualsiasi volontà dell’uomo, significa bestemmiare
di Raffaele Della Valle sabato 7 marzo 2026

2' di lettura

Ho avuto modo ieri mattina di leggere sulla prima pagina dell’inserto Sette del Corriere della sera del 27 febbraio 2026 con il seguente titolo in merito alla nota vicenda di Enzo Tortora: «Tortora ha lottato con il fato!!!». Inutile dire che ho avuto un sussulto: un brivido mi ha percorso la schiena in quanto ho immediatamente ravvisato in quello sciagurato titolo qualche cosa di insidiosa cortigianeria e/o ignobiltà.

Ricorrere al fato ossia al cosiddetto destino ineluttabile, alla legge divina suprema, superiore a qualsiasi volontà dell’uomo, significa bestemmiare, elevare una volgare “fregnaccia” a qualche cosa che comunque rimane indecente, a violare la verità, ad offendere la memoria di Enzo, a profanare gli alti sentimenti di tutti coloro che ad Enzo hanno voluto bene e gliene vogliono ancora, ad evaporare l’impegno professionale di noi difensori che sin da subito avevamo eccepito la vacuità e la insussistenza di elementi neppure di sospetto, e di più, a mortificare il coraggio, la fatica, la onestà di quel Collegio giudicante di Appello (Rocco, Morello Est., Riccio) che ha saputo con abnegazione tuffarsi nelle carte processuali, studiarle tutte, valutare la cospicua mole di lavoro dei difensori con la produzione dei motivi di appello, rinnovare l’istruttoria dibattimentale e, agli esiti, trarre quella ineludibile decisione che i Magistrati di primo grado e il pm avrebbero dovuto assumere sin da subito. Il terrificante riferimento al fato appare una ignobile scorciatoia escamotage - per eludere il principio fondamentale della responsabilità. Tutto ciò oltre a provocarmi una forte inquietudine e smarrimento mi desta davvero molte preoccupazioni per il futuro.

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