«Una grande occasione da non perdere. Il referendum del 22 e 23 marzo sulla giustizia dà la possibilità ai cittadini di votare Sì per una magistratura davvero trasparente e libera da condizionamenti e correnti, dunque più efficiente. Se si manca questo appuntamento, sarà poi difficile tentare di porre rimedio alle distorsioni del sistema».
Più si avvicina la data delle urne, più la magistratura e la sinistra per il No tendono a politicizzare il referendum come un voto contro il governo Meloni, lasciando in secondo piano le questioni tecniche. Significa che gli argomenti giuridici contro la riforma sono deboli?
«A mio avviso è la conferma che una parte della sinistra, quella non riformista, fa da tempo sponda con una certa magistratura politicizzata per realizzare un progetto di egemonia culturale. Come peraltro confermato anche da alcune recenti sentenze, per esempio in tema di immigrazione. In questo modo la sinistra ha continuato a esercitare un potere che le urne non le avevano consegnato».
Giuseppe Valditara ha organizzato per domani a Roma un incontro pubblico sulla riforma della giustizia, nel corso del quale il direttore di Libero, Mario Sechi, intervisterà l’ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Luca Palamara, che nel libro “Il sistema” (Rizzoli, 2021) ha raccontato le logiche politiche e spartitorie che governano le carriere apicali dei magistrati. «È un appuntamento organizzato da Lettera 150, l’associazione da me costituita anni fa che ricomprende professori universitari, insegnanti, imprenditori, professionisti e che ha promosso un appello per votare Sì, firmato da 130 docenti universitari», spiega il ministro dell’Istruzione. D’altronde, come negli atenei, anche nei tribunali il meccanismo elettivo per definire chi presiede alle carriere ha portato talvolta a premiare chi ha un santo protettore rispetto a chi ha meriti accademici. «Mi stupisco», afferma Valditara, «che tutti gli intellettuali e i giornalisti di area progressista che al tempo fecero una giusta battaglia contro le baronie universitarie oggi contrastino una riforma che punta a smantellare il correntismo e i meccanismi di casta nella magistratura».
Ministro, la sinistra contro la riforma si fa scudo con la Costituzione: afferma che la legge sarebbe un affronto alla Carta, intervenendo su ben sette articoli...
«A parte che, fino a oggi, la Costituzione è già stata cambiata ventuno volte, e mai da questa maggioranza, la realtà è che la riforma permette di dare piena attuazione all’articolo 111. Fu proprio la sinistra a cambiare la norma costituzionale, introducendo il principio del giusto processo e stabilendo che accusa e difesa devono essere in condizioni di parità di fronte a un giudice terzo e imparziale. Le modifiche di cui si lamenta l’opposizione oggi sono in linea con la riforma da loro varata nel 1999, prevedendo la separazione delle carriere e quindi due Csm, uno per i giudici e uno per i pm».
Che è un passaggio chiave...
«Se il giudice dev’essere terzo, è evidente che la sua carriera e la sua valutazione disciplinare non possono dipendere da un pubblico ministero, come accade invece oggi».
Cosa risponde a chi sostiene che, con la riforma, la magistratura rischia di finire sottoposta al potere politico?
«La separazione della carriere e il sorteggio del doppio Csm in realtà liberano il magistrato dai condizionamenti delle correnti e tolgono potere a chi ha voluto politicizzare la magistratura. Del resto, fin dal 1947 Orazio Condorelli, professore di diritto e membro democristiano dell’Assemblea costituente, denunciava il fatto che l’elezione degli esponenti togati del Csm fosse un boomerang, in quanto instaurava una sorta di "interdipendenza fra i magistrati, fra coloro che chiedono i voti e coloro che li danno", dando vita ad un "do ut des", circostanza molto grave quando attiene a organismi che decidono su trasferimenti e promozioni di una categoria».
Ma un’elezione non è sinonimo di democrazia?
«Le elezioni servono per rappresentare gli interessi degli elettori. Questo va benissimo per i parlamentari ma sarebbe curioso se chi deve decidere della carriera o dei provvedimenti disciplinari di un magistrato dovesse rappresentare gli interessi di quest’ultimo».
Viene contestato però il metodo del sorteggio...
«È il solo modo per sbaraccare un meccanismo che dà vita a una "giustizia malata". E non sono io a dirlo, ma cinquanta magistrati che hanno firmato un appello per il Sì. Perché questa non è una riforma contro la magistratura e tanti magistrati ne sono pienamente consapevoli. Del resto, si usa il sorteggio già oggi per scegliere i giudici delle Corti di assise, i membri del tribunale dei ministri, i giudici nei processi di accusa contro il Presidente della Repubblica. E nella storia il sorteggio è stato usato per combattere contro le caste, le oligarchie e il voto di scambio come nella Atene del V secolo».
Le correnti della magistratura come espressione di una casta, ministro?
«Solo il 23% dei magistrati appartiene a una corrente dell’Anm, eppure ben diciannove membri del Csm su venti sono espressioni delle correnti, che inevitabilmente finiscono per spartirsi le cariche più importanti. Il referendum è fondamentale perché consente ai giudici di sganciarsi dalla cappa correntizia, rendendo giudici e pm più autorevoli».
Che effetti può avere il sorteggio?
«Le rispondo con lo studio di Roger Abravanel, ricordato dallo stesso autore sul Corriere della Sera. Nella valutazione del lavoro di 140 giudici civili, nel 2015, quello di 27 era risultato eccellente, quello di tredici mediocre e quello di cento pessimo. Risultò che la qualità del lavoro svolto dai tribunali dipendeva principalmente dalla capacità dei rispettivi presidenti; solo che la scelta di questi non era governata dal merito, ma dagli incastri correntizi. Attraverso il sorteggio, elimini la logica di una scelta correntizia delle figure apicali di tribunali e procure».
I fautori del No sostengono che la riforma non sana i mali storici della giustizia. Come risponde?
«È notorio che ogni giorno finiscono in cella tre innocenti e che le conseguenze sulle carriere di chi sbaglia sono minime, nelle rare volte in cui ci sono. Questa sorta di impunità avviene per quella che il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, il magistrato Alfredo Mantovano, ha definito “assicurazione correntizia”. Se quando sbagli, non paghi o paghi poco perché sei incardinato in un meccanismo di protezione, avrai meno stimoli a lavorare meglio. Abbiamo casi di magistrati che si sono dimenticati in cella degli innocenti per centinaia di giorni o hanno consegnato sentenze con quattro annidi ritardo senza andare incontro a valutazioni negative di carriera. Le dico una cosa a effetto: sta per uscire la fiction sulla vicenda di Enzo Tortora, di fatto morto di malagiustizia. Tutti i magistrati che hanno contribuito alla sua odissea hanno fatto carriera».
Lei ha riscontrato molta ideologia e politicizzazione nei tribunali italiani?
«Nel mio libro del 2015, Giudici e Legge, riporto parecchie frasi di esponenti di Magistratura Democratica, la corrente di sinistra dell’Anm, che ammettono di concepire il proprio ruolo come quello di una forza antagonista al sistema, parte del "movimento" e delle sue lotte. Parlano della "ideologia di magistratura democratica", ritengono "mistificatorio" il dogma della neutralità e apoliticità dei giudici. È questa concezione ad essere incostituzionale, non la riforma del governo. Il giudice deve essere soggetto solo alla legge, non ad una sua "ideologia", né deve supportare le lotte del "movimento".
Non tutta la sinistra però è contro la riforma. Come mai?
«La separazione delle carriere e il processo accusatorio sono pilastri di un sistema democratico. Non a caso questa è stata la battaglia di Giuliano Vassalli, grande giurista, socialista e vecchio partigiano. La parte riformista del Pd, come il mondo cattolico, sono da sempre a favore della separazione della carriere. La vittoria del Sì darà loro uno spazio politico che oggi è ridotto ai minimi termini».