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Strane manovre nel campo largo per colpire Meloni attraverso il "No"

La sinistra si muove contro il premier in vista del referendum. Ma anche Schlein è nel mirino...
di Fabrizio Cicchitto domenica 15 marzo 2026

3' di lettura

Caro direttore, in parallelo allo scomposto andamento del dibattito sul referendum, si stanno sviluppando alcune manovre politiche, una nel centrodestra altre nel campo largo meritevoli di attenzioni perché la storia, e la politica, non finiscono certo il 22-23 marzo e anzi dopo è possibile che in vista delle prossime elezioni del 2027 avvengano parecchie cose. Una mossa significativa, che però ha avuto uno scarso rilievo, è stata fatta dal gruppo raccolto intorno a Vannacci (Futuro Nazionale). Nel recente dibattito parlamentare sull’Europa e tutto il quadro internazionale, i parlamentari facenti capo a Vannacci hanno votato contro la mozione di maggioranza con una breve dichiarazione concentrata sul rifiuto dell’appoggio finanziario e militare alla Ucraina. Questa presa di distanza del gruppo Vannacci può voler dire due cose: una iniziativa di tipo “contrattuale” rispetto alla dialettica interna al centrodestra, oppure può avere un valore politico più rilevante.

Nel campo largo la Schlein è nel mirino di ben 2 diverse posizioni politiche. La prima la possiamo definire di stampo “centrista”, ritiene che la posizione della Schlein sia troppo radicale, populista, eccessivamente spostata a sinistra, alla ricerca di un patto di ferro con Conte. Ma in campo, seppure allo stato in modo più sotterraneo, c’è, contro la Schlein ben altro. Sotto molto adottare i problemi reali della Schlein, anche se finora espressi in modo obliquo, vengono “da sinistra”. Il protagonismo di Conte è indubbio, è molto aggressivo e radicale sul terreno dei contenuti perché su quasi tutto Conte attacca in modo frontale il governo Meloni e sta manifestando il protagonismo tipico di chi vuole svolgere una funzione di leadership di tutta l’area del cosiddetto campo largo.

Anche il suo No nel referendum è espresso nei termini più radicali possibili: il suo No è innanzitutto contro il governo, contro una involuzione reazionaria, e autoritaria, di fatto parafascista che si serve anche dei meccanismi tecnici innestati nella riforma della giustizia. Allo stato Conte non si è affatto lasciato coinvolgere dallo sforzo unitario della Schlein e sta accentuando tutte le tematiche tipiche dei grillini, specie quelle che danno più fastidio al Pd. Le cose però non si fermano qui. E riguardano anche la situazione interna del Pd, dove non vanno persi di vista due personaggi apparentemente “distaccati e collocati su una dimensione politico culturale ma che “fanno politica” nel senso più pieno del termine: da un lato D’Alema e dall’altro Bettini. D’Alema è stato duro nell’attaccare il governo su la politica estera: nel contempo ha attaccato frontalmente la Meloni considerata del tutto subalterna a Trump e poi, in positivo, ha manifestato la sua solidarietà non solo ai palestinesi ma anche all’Iran e precedentemente ha partecipato alla manifestazione di forza, politica e militare, espressa da Xi Jnping.

Quanto a Bettini, egli in questo periodo non è rimasto fermo, tant’è che sul tema del referendum è passato dal SÌ al NO con una motivazione tutta politica: ero per il Sì in nome del Garantismo di mio padre, grande avvocato, ma oggi dobbiamo votare NO per costruire l’alternativa alla Meloni e al suo disegno autoritario. Ciò si collega a un altro elemento, di per sé molto importante.

D’Alema ai tempi del governo fra Grillini e Pd, Bettini da molto prima, hanno scelto Conte come interlocutore fondamentale. Però la Schlein farebbe un tragico errore se ritenesse che questa posizione di Bettini e di D’Alema è a sostegno della sua posizione “unitaria” di tutto il campo largo. Bettini e D’Alema condividono coi centristi una sola cosa, la valutazione della inadeguatezza della Schlein sul terreno della leadership. La loro propensione più o meno esplicita è per una operazione in due tempi, in primo luogo si salda il rapporto del Pd con Conte mettendo la sordina su tutti gli elementi di eventuali dissensi, dall’europeismo alla Nato, ancor di più all’Ucraina. E una volta realizzata l’operazione politica per ciò che riguarda la scelta della leadership, essa viene affidata a delle primarie rispetto alle quali il minimo che si può dire è che Bettini e d’Alema si tengono le mani libere e non sono dominati dall’intenzione di assicurare al Pd la preminenza attraverso l’affermazione della Schlein manifestando la loro valutazione positiva sulla esperienza fatta da Conte con le sue due presidenze del Consiglio.

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