La battaglia del referendum è una battaglia importantissima per la riforma della magistratura. Una riforma che non è fatta nell’interesse dei magistrati o degli avvocati, ma nell’interesse del cittadino. Per questo va stigmatizzato con forza il terrorismo mediatico e giudiziario che sta facendo il fronte del No. Ritengo che ci siano in particolare quattro falsità che vengono sciorinate quotidianamente e sulle quali vorrei richiamare l’attenzione. La prima è che la riforma non risolve i problemi della lentezza dei processi. È ovvio: questo non è il suo scopo. La riforma, infatti, punta a risolvere il primo problema che affligge la giustizia italiana, e cioè quello della giustizia del processo.
Se accelerassimo un processo ingiusto sarebbe pericolosissimo perché farebbe aumentare la fila degli innocenti condannati. Invece, dobbiamo stabilire le basi per avere un processo giusto; una volta raggiunto questo obiettivo, ben venga la celerità. Ed è proprio sulle fondamenta della giustizia che interviene questa riforma.
In secondo luogo, gli esponenti del No enfatizzano la portata della riforma con una strategia del terrore. “Vogliono cambiare ben sette articoli della costituzione” è il leitmotiv che si sente spesso. Tuttavia si dimenticano che la Costituzione ha ricevuto venti modifiche, con alcune riforme che sono intervenute addirittura su 25-30 articoli. E invece, con questa riforma, vengono modificati, e in meglio, soltanto tre articoli. Viene cambiato, anzi completato, l’articolo 104. Il quale è perentorio: “La magistratura è un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Cosa dovrebbe dire di più il legislatore?
Viene poi aggiunto che la magistratura è composta da magistrati requirenti, ovvero i pubblici ministeri, e giudicanti. Al contrario di quanto sostengono gli esponenti del No, questo articolo blinda l’autonomia del pm: perché, fino ad ora, tale autonomia era stabilita da una legge ordinaria, mentre, se la riforma venisse approvata, da una legge costituzionale. In terzo luogo, l’articolo 111 della Costituzione, che enuncia il principio del “giusto processo”, garantendo il contraddittorio, in condizione di parità tra le parti, davanti a un giudice terzo e imparziale, venne modificato nel 1999 dal pds e da tutti gli altri partiti. Il che significa che il difensore e l’accusatore devono essere sullo stesso piano. Eppure il Pd, opponendosi alla riforma, smentisce sé stesso. Mi si permetta una provocazione, allora: non avendo realizzato il principio del giusto processo mettendo su un piano di parità difesa e accusa, dal 1999 stiamo facendo processi contra legem.
Di fronte a questi fatti, gli esponenti del No si inventano allora che, forse, un domani, qualcuno potrebbe stabilire che il pm venga posto sotto l’esecutivo. Posto che questo non c’è scritto nella riforma, se anche si volesse attuare si dovrebbe passare attraverso una revisione costituzionale, con tutti i vincoli previsti per le modifiche della Carta.
In ultimo, per quanto riguarda l’estrazione a sorte dei membri del Consiglio superiore della magistratura, anche in questo caso gli esponenti del No si stracciano le vesti. Sembra che il sorteggio sia un sistema disonorevole, se applicato alla magistratura. Tuttavia, i magistrati che professano questa tesi dimenticano, o fanno finta, che molto spesso, quando rivestono il ruolo di giudice a latere in corte d’Assise, si trovano a fianco sei magistrati estratti con sorteggio. Non solo, ma rimango davvero basito quando apprendo che il Csm, nel 2017, ha deciso di affidare alla sorte (alias: al sorteggio) la selezione dei magistrati della commissione d’esame per l’accesso in magistratura, proprio per ridurre i condizionamenti delle correnti. Insomma, tutta questa indignazione è strana, e tradisce il fatto che, in fin dei conti, non si hanno critiche sostanziali e fondate da fare a questa riforma. Per concludere, se il Pd ha cambiato idea rispetto a quanto ha sostenuto dal 1948 a ieri sulla separazione delle carriere dovrebbe spiegarne la ragione. Anche perché, negli ultimi anni, l’unico fatto grave che si è verificato è stato il caso Palamara, che ha scoperchiato il sudiciume che si annida nel Consiglio superiore della magistratura. Ma questa è soltanto un’altra ragione per votare Sì.