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Il "No" punta sui sindaci ma fa male i conti

La carica dei 270... su quasi ottomila primi cittadini: appena il 3,4 per cento del totale
lunedì 16 marzo 2026

3' di lettura

Ma siamo sicuri che sia un «segnale forte», come recita un’agenzia di stampa, quello che arriva da 270 sindaci italiani contrari alla riforma della giustizia proposta dal governo Meloni, firmatari di un appello per il No al referendum di domenica e lunedì prossimi? Dopo tutto i comuni italiani sono oggi 7894 e 270 rappresentano solo il 3,4 % del totale. Mettiamo pure che fra i 270 ci siano sindaci di grandi città come Roma, Napoli, Torino e Genova, ma sarà solo un caso che sono questi comuni tutti amministrati da quella sinistra che della sconfitta del Sì ha fatto una ragione di vita, un maldestro tentativo di dare una spallata al governo?

Considerato in quest’ottica, l’appello sottoscritto dai sindaci non è allora, come viene detto, un severo richiamo alla Carta, quasi come se le modifiche introdotte uscissero dall’alveo costituzionale, ma l’ennesimo episodio di una politicizzazione estrema del referendum fatta mobilitando una “macchina da guerra” e chiamando in correità tutti gli amici e i clientes del territorio. In questo la sinistra orfana del potere si sta dimostrando efficacissima. Anche a dispetto della verità. Ed anche contravvenendo proprio allo spirito con cui i padri costituenti avevano introdotto l’istituto referendario che, ai loro occhi, interpellando direttamente ogni cittadino, doveva in qualche modo integrare e superare su certi temi la rappresentanza indiretta dei parlamentari e dei partiti.

Significativo è poi che, a promuovere l’appello, insieme al Comitato Referendario per il No, sia Autonomie Locali Italiane (Ali), una vecchia associazione, già Lega delle Autonomie, che, pur proclamandosi pluralista, è stata sempre vicina ai partiti della sinistra. Nata in ambito riformista nel 1916, essa era negli anni dell’Italia liberale una sorta di sindacato dei comuni socialisti, chiamato a trattare e a negoziare con il potere centrale. Da allora è stata sempre una costola della sinistra, la quale riformista non è più da tempo. Attuale presidente è il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, succeduto a Matteo Ricci. E, avrebbe sentenziato Totò, «ho detto tutto». Chiaramente di parte, essa, al contrario dell’ Associazione dei Comuni d’Italia (Anci) non è rappresentativa che di una parte dei comuni e, soprattutto, non è super partes, come si potrebbe credere dai comunicati diffusi.

La scelta dell’associazione per il No era perciò scontata e sarà confermata dalla partecipazione mercoledì alla manifestazione di chiusura della campagna per il No. L’appello ripropone, ossessivamente, tutti gli slogan della campagna elettorale: la separazione delle carriere già esiste, la riforma non risolve i problemi della giustizia, c’è il pericolo di una deriva autoritaria, il sorteggio non è democratico... L’elemento che più colpisce è però il sostanziale tono illiberale. Come quando si dice che «è fondamentale che tra chi giudica e chi esercita la funzione requirente vi sia un sostrato culturale comune» e che «la magistratura deve essere un corpo unico» per essere forte.

In barba, ad ogni pluralismo e ogni concezione della verità come equilibrio fra forze che si bilanciano. Sul territorio sono nati anche tanti comitati di amministratori locali per il Sì, ma essi sono sopraffatti in visibilità da un No che ha come militarizzato la campagna elettorale. Sarà pur vero che à la guerre comme à la guerre, ma gli italiani non vanno sottovalutati o ingannati. Alla fine, anche questa volta, sceglieranno con la loro testa.

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