Il referendum del 22 e 23 marzo non mette in discussione soltanto una riforma della giustizia. Mette in discussione anche un sistema di potere che per anni ha condizionato il modo in cui la giustizia è stata raccontata e utilizzata nel dibattito pubblico italiano. Un sistema fatto di relazioni, protezioni reciproche e narrazioni mediatiche costruite sempre nello stesso modo: da una parte i magistrati “giusti”, dall’altra i bersagli da colpire. In mezzo, una parte dell’informazione pronta a trasformare atti giudiziari, intercettazioni e notizie riservate in strumenti di battaglia politica. È questa la vera posta in gioco del voto. Ed è anche il motivo per cui da settimane assistiamo a una campagna così aggressiva contro la riforma. Perché, se dovesse vincere il Sì, salterebbe definitivamente uno schema che gli italiani hanno imparato a conoscere fin troppo bene: indagini coperte dal segreto che diventano improvvisamente materiale per titoli di giornale, intercettazioni pubblicate a orologeria, ricostruzioni mediatiche costruite prima ancora che i processi abbiano avuto inizio.Una giustizia raccontata più nei talk show che nelle aule dei tribunali. È questa la vera fanghiglia che negli anni ha avvelenato il rapporto tra una parte della magistratura e una parte del mondo dell’informazione. Eppure c’è ancora chi fa finta di non vederla.
ANALISI POVERE DI CONTENUTI
Marco Damilano, dalle colonne di Domani, ha pensato bene di rafforzare le ragioni del No con l’ennesima caricatura polemica, arrivando a parlare della «fanghiglia dei Palamara». Una formula suggestiva, certamente utile per fare un titolo, ma piuttosto povera sul piano dell’analisi. Perché trasformare un cognome in una categoria morale è sempre il modo più semplice per evitare di discutere nel merito. È la scorciatoia retorica di chi preferisce costruire un bersaglio simbolico piuttosto che confrontarsi con i problemi reali della giustizia italiana. Ma c’è anche un altro dettaglio che rende questa improvvisa indignazione morale piuttosto curiosa. Quando ero presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Marco Damilano lo ricordo seduto accanto a me a presentare il libro di un pubblico ministero suo amico che con quei criteri e meccanismi ha fatto carriera. Non ricordo che allora parlasse di «fanghiglia». Evidentemente alcune categorie etiche entrano in funzione solo quando diventano editorialmente utili. Il punto però è un altro.Quando Damilano parla di «fanghiglia» non offende soltanto me. Offende anche quei tanti magistrati che negli anni hanno lavorato nelle istituzioni della magistratura e che oggi dirigono procure e tribunali in tutta Italia. Molti di loro appartengono alle stesse correnti che per anni hanno avuto un peso decisivo negli equilibri interni della magistratura. Sono gli stessi magistrati che oggi siedono nei talk show o vengono chiamati come autorevoli commentatori per spiegare al pubblico come funziona la giustizia italiana. Se davvero quella fosse «fanghiglia», allora bisognerebbe avere il coraggio di dirlo anche a loro.
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Ma naturalmente questo non accade mai. Perché la verità è molto più semplice. Il referendum del 22 e 23 marzo rischia di incrinare un sistema di relazioni che per anni ha consentito a una parte della magistratura e a una parte dell’informazione di alimentarsi reciprocamente. Un sistema nel quale le fughe di notizie diventavano strumenti di pressione mediatica, le intercettazioni materiale per costruire narrazioni politiche e alcuni giornali megafoni privilegiati di determinate inchieste. Non è un mistero per nessuno. Gli italiani lo hanno visto accadere troppe volte. Ecco perché la reazione alla riforma è così nervosa. Perché quando si prova davvero a cambiare le regole del gioco, chi ha beneficiato di quel sistema reagisce difendendo lo status quo dietro una cortina di moralismo e di slogan.
BUONI CONTRO CATTIVI
Si parla di attacco alla magistratura. Di rischio per la democrazia. Di deriva autoritaria. La verità è molto meno epica. La verità è che qualcuno teme di perdere un equilibrio che per anni ha garantito potere, influenza e visibilità. E allora si prova a spostare il confronto sul terreno delle etichette: i buoni contro i cattivi, i puri contro gli impuri, la «fanghiglia» contro i presunti custodi della legalità. È una vecchia tecnica: quando non si vogliono discutere le riforme, si prova a delegittimare chi le sostiene. Ma questa volta il gioco rischia di non funzionare. Perché gli italiani hanno imparato a riconoscere quando dietro grandi lezioni morali si nasconde semplicemente la difesa di un sistema di potere. Ed è proprio quel sistema che il voto del 22 e 23 marzo può finalmente cominciare a scalfire. Perché la vera fanghiglia, in questi anni, non è stata quella evocata in qualche titolo polemico. Lavera fanghiglia è stata il circuito opaco tra una parte della magistratura e una parte dell’informazione che ha trasformato atti giudiziari, intercettazioni e fughe di notizie in strumenti di lotta politica consentendo anche ai quei giornalisti che hanno alimentato questo meccanismo di fare carriera e comunque di essere recuperati nella azienda pubblica dopo essere stati licenziati come proprio accaduto Damilano. E forse è proprio questo che oggi fa così paura.