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Raferendum Giustizia, Catello Maresca: la toga per il "Sì" minacciata di morte

di Pietro Senaldi giovedì 19 marzo 2026

3' di lettura

«Forse Nicola Gratteri non ha chiara la situazione», è il commento laconico del collega. Uno dei lasciti più velenosi di questa campagna referendaria saranno le parole del procuratore di Napoli: «Voteranno No le persone perbene. Voteranno Sì gli imputati, gli indagati, la massoneria deviata e tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con la giustizia efficiente», sentenziò il pm. Sbagliando. Tra coloro che votano Sì infatti ci sarà anche Catello Maresca, già sostituto procuratore a Napoli, attualmente magistrato distaccato presso la Commissione Bicamerale come consulente per le questioni regionali, molto attivo nei comitati a favore della riforma della giustizia.

Maresca è diventato una sorta di eroe nazionale il 7 dicembre 2011, quando arrestò Michele Zagaria, il capo dei Casalesi, il più potente cartello della camorra, la cui ascesa fu raccontata da Roberto Saviano nel 2006 nel celebre libro Gomorra. La cattura fu il risultato di un’inchiesta lunga e raffinata, retta da una strategia investigativa che puntava non solo alla repressione muscolare ma soprattutto all’isolamento economico e sociale del clan. Il boss è al 41 bis, ma i suoi fratelli e la sua prima linea di comando stanno per uscire dal carcere, o già sono fuori, perché Zagaria ebbe l’accortezza di non includerli nei commandi di fuoco, preservandoli dalle accuse di omicidio. Mentre Gratteri è impegnato nella campagna referendaria, il clan sta cercando di riprendere in mano il territorio campano.

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Nel Casertano negli ultimi giorni ci sono state tre esplosioni in esercizi commerciali appena aperti, «un segnale che la criminalità organizzata è già tornata e adotta le modalità di un tempo» ha denunciato Maresca, che da diciotto anni vive sotto scorta, in un video. In risposta, ha avuto sui suoi social esplicite minacce di morte dal sinistro profilo “casalesenfam”. «Casal de Principe te ven a piglia, Maresca», «Accort a te, Mare e Casalesi non sono finiti», «Sei morto»: questi i messaggi indirizzati al magistrato per il Sì che, malgrado l’infervorare della campagna referendaria e nonostante sia destinato ad altri compiti, ha mantenuto il faro sulla criminalità organizzata in Campania. «È la prova, casomai ce ne fosse stato bisogno, che i mafiosi se ne fregano del Sì e del No al referendum», accenna Maresca, esasperato dalle strumentalizzazioni politiche del voto di domenica prossima e preoccupato per «quanto sia stata pervasiva la campagna mistificatoria per delegittimare la riforma, contro la quale non ci si è fatti scrupolo di raccontare un sacco di frottole». «I toni utilizzati nella campagna referendaria sono stati talmente forti», commenta il magistrato, che non nasconde la propria preoccupazione, «che ormai chiunque si sente in diritto di minacciare qualsiasi cosa».

L’amara constatazione è che molte tra le argomentazioni più faziose e sgradevoli siano state avanzate proprio dalle toghe. «È soprattutto colpa nostra, se il dibattito è scaduto», riflette Maresca, che rievoca il pessimo esordio della campagna elettorale da parte dell’Associazione Nazionale Magistrati, con il manifesto che asseriva che il Sì metterebbe il potere giudiziario sotto il tacco della politica, «quando invece la riforma libera i giudici dai condizionamenti dei partiti delle toghe».

L’ex pm anti-Casalesi trova la spiegazione del clima avvelenato nei tribunali in un vecchio video di Giuliano Vassalli, il giurista partigiano socialista padre della separazione delle carriere, che già prevedeva la strenua «difesa corporativa» che la magistratura avrebbe fatto opponendosi a ogni riforma. «È evidente» spiega Maresca, «che la posizione dell’Anm è puro tentativo di conservare intatti i poteri delle correnti di determinare la politica giudiziaria degli uffici e le carriere dei magistrati. Altrimenti, non si spiegherebbe una polemica così esasperata. D’altronde, già il padre costituente Piero Calamandrei, nei lavori sulla Carta, aveva messo in guardia da un Consiglio Superiore della Magistratura composto da membri eletti, perché «è sconveniente inserire sistemi di nomina» nella designazione di chi sovrintende alla gestione delle toghe.

«Avete vinto voi, ha vinto lo Stato», disse al momento della cattura Michele Zagaria, raggiunto in un bunker sotterraneo altamente tecnologizzato. Quell’arresto ebbe un forte impatto mediatico, simboleggiando le capacità delle istituzioni di colpire al cuore i vertici più nascosti e protetti della criminalità. L’uomo che ne fu il principale artefice oggi viene quotidianamente insultato e minacciato perché ha dichiarato pubblicamente che voterà Sì. E la cosa grave è che a farlo non sono solo affiliati al clan dei Casalesi.

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