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La sinistra esulta ma il partito del No non può governare

L’Anm ha innestato la sua battaglia politica frontale cavalcando lo slogan fondato su una falsità eppure è aleatorio che si possano aggregare in uno schieramento alternativo di governo
di Fabrizio Cicchitto mercoledì 25 marzo 2026

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3' di lettura

È evidente da tempo che nei referendum il No è destinato a prevalere perché esso, nella sua schematica semplicità, prescinde da un autentico confronto sul merito, cavalca un rifiuto che ha mille motivazioni diverse e nel nostro caso, quello del referendum sulla riforma della giustizia, ha potuto costruire in questo modo uno schieramento ampissimo composto anche da una larga fascia di astensionismo tradizionale che è andato dai giovani pro-Pal ai centri sociali fino, attraverso una serie di forze intermedie, a moderati come Franceschini, Casini e Mastella. Su tutto ciò l’Anm ha innestato la sua battaglia politica frontale cavalcando lo slogan fondato su una falsità, cioè su una inesistente difesa della Costituzione perché al centro dello scontro ci sarebbe stato l’obiettivo di tradurre la separazione delle carriere nella subalternità dei pubblici ministeri all’esecutivo. Tutto ciò era negato dall’articolo 104 contenuto nella riforma ma quasi nessuno lo ha letto o preso in considerazione. Mentre, come vedremo, è del tutto aleatorio che il No si possa aggregare in uno schieramento alternativo di governo, il rischio più concreto e immediato, viste anche le reazioni che ci sono state, è che il tutto si traduca in un rilancio del “partito dei giudici” con la sua assoluta prevalenza nei confronti non solo del governo ma anche del Parlamento. Sul piano dell’esercizio della giurisdizione e della gestione interna alla magistratura, questo è destinato a tradursi nell’accentuazione del potere dei pm nei confronti dei gip (la subalternità di questi ultimi è già oggi largamente praticata) e nella conferma del potere delle correnti dell’Anm sul Csm e attraverso di esso sulla politica.

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Per queste e per altre ragioni riteniamo che vada ripresa la “giustizia giusta”, come hanno affermato personalità di ben diverso orientamento politico generale, da Giuliano Ferrara a Claudio Velardi a Piero Sansonetti, che mette assieme con precisi contenuti messi a fuoco nel corso del dibattito di questi mesi e continuata anche se in condizioni assai difficili, vincendo ogni peraltro comprensibile tendenza a rifluire verso la conservazione della situazione esistente che certamente ha avuto una convalida dal risultato referendario. Chi scrive non è collocato nell’attuale maggioranza di governo, che peraltro si è mobilitata sul tema solo nella parte finale del confronto referendario, ma comunque auspichiamo che essa faccia alcune scelte per il bene del Paese. La prima è quella di non smontare la battaglia garantista che sarà probabilmente sollecitata dall’arroganza del nucleo duro del partito dei giudici che sembra pronto a fare autentiche provocazioni. Il secondo auspicio riguarda il rilancio di una posizione genuinamente europeista, indispensabile anche per surrogare le criticità e l’imprevedibilità delle molteplici posizioni trumpiane: ciò implica il superamento del potere di veto ma specialmente la riscrittura del patto di stabilità che è funzionale alla terza grande questione riguardante il sostegno alle imprese italiane per l’aumento della produttività e la conseguente ripresa dei salari il cui andamento sta provocando una protesta sociale che va presa in attenta considerazione.

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Infine un riferimento che riguarda il campo largo. Allo stato la traduzione del No in una proposta alternativa di governo è del tutto impraticabile per la distanza delle posizioni in campo, a partire da quelle che riguardano la politica estera, ma a leggere le molteplici posizioni emerse anche durante la campagna referendaria ci sembra che siano emerse sia posizioni “centriste” sia tendenze nettamente di sinistra che per motivi diversi non riconoscono affatto la leadership della Schlein. Da un lato è emerso in modo inequivocabile la presa di distanza di Romano Prodi a partire anche dalla scelta delle primarie. Ma su quest’ultimo terreno la Schlein, al di là delle apparenze di queste giornate rese euforiche dal risultato del No, dovrebbe essere tutt’altro che tranquilla. Giuseppe Conte è esplicitamente intenzionato a presentarsi come punto di riferimento per una leadership del campo largo sostenuta dall’esperienza acquisita nei due governi da lui presieduti. Esistono molteplici elementi dai quali si può ricavare che questa candidatura di Conte può trovare anche il sostegno di leader storici della sinistra post-comunista, da Bettini a D’Alema, con implicazioni, specie per quel che riguarda quest’ultimo, di carattere internazionale con rapporti già emersi con la leadership russa e cinese. Del resto, a leggere con attenzione delle defaillance che si sono verificate in entrambe le coalizioni politiche, emerge che sia pure sottotraccia un putinismo strisciante si è fatto sentire contribuendo al risultato complessivo del referendum.

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