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Immigrati, stop al rimpatrio dell'assassino: la mossa-choc della toga rossa

di Roberto Tortora venerdì 24 aprile 2026

2' di lettura

Assassini, rapinatori, spacciatori. Praticamente, il ritratto di una fetta di stranieri che, pur colpiti da decreto di espulsione per pericolosità sociale, restano in Italia. Non per cavilli burocratici, ma per una dinamica ormai consolidata nei Cpr (Centri di Permanenza per i Rimpatri): il rifiuto sistematico del rimpatrio volontario assistito.

Il copione è sempre lo stesso. Prima l’apertura: interesse dichiarato, disponibilità a valutare il rientro. Poi l’incontro con il legale. Infine la retromarcia. Il “collopremesso”, cioè lo stanziamento di 2mila euro a migrante come incentivo al rientro in patria, non basta. I numeri parlano chiaro: a Caltanissetta, nel 2025, 13 migranti aderiscono inizialmente al programma Ue. Dopo i colloqui legali, in 10 cambiano idea.

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A Torino, nel 2026, il dato è ancora più netto: zero adesioni su sette dopo il passaggio dagli avvocati. Storie che si ripetono. Come quella di un cittadino tunisino arrivato nel 2012. Permesso di soggiorno negato nel 2018, poi la condanna in primo grado per omicidio doloso. Scarcerato nel 2025, finisce nel Cpr di Torino. Anche qui, il rituale: “Sono interessato al rimpatrio”, poi il dietrofront.

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“Aspetto l’esito del giudizio sulla protezione internazionale”. Alla fine verrà rimpatriato a gennaio, ma fuori dal programma europeo. Ancora più emblematica la vicenda di B.A., 27 anni, anche lui tunisino. Arrivato nel 2024, accumula precedenti per armi, furto, danneggiamento e violenza a pubblico ufficiale. Espulso dal prefetto di Varese, fa ricorso. Il Tribunale di Roma concede la sospensiva. Esce dal Cpr, poi ci rientra a Caltanissetta. Qui scopre il progetto Eurp: “Sono interessato”, dice. Ma dopo il colloquio con il legale cambia tutto. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: rimpatri finanziati ma rifiutati, ricorsi a catena, espulsioni sulla carta e presenze reali sul territorio. Un sistema che si inceppa non per caso, ma per strategia. E a pagare è, ancora una volta, lo Stato.

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