Palazzo Chigi prova a spiegare come sono andate le cose, mentre il film della grazia a Nicole Minetti resta pieno di ombre. Due atti, spiegano fonti governative: prima i documenti, poi la comunicazione. E infatti Giorgia Meloni scende in campo in prima persona, nel corso di una conferenza stampa, per blindare la linea: il Guardasigilli Carlo Nordio “non ha responsabilità” e il governo “è estraneo”. Tutto, insomma, poggia sul lavoro poco approfondito delle toghe e sulle valutazioni della Procura generale di Milano, con conseguente firma del Quirinale.
Dietro la ricostruzione ufficiale – si legge sul Corriere della Sera - si muove un sospetto che a Palazzo Chigi aleggia pesante: e se il lavoro delle toghe non fosse stato così inattaccabile? Se quei pareri tecnici poggiassero su elementi da verificare meglio? L’iter, per sommi capi, è stato questo: le indagini che hanno portato all’istanza di grazia sono state svolte e certificate dalla Procura generale di Milano e l’atto di clemenza è stato firmato dal capo dello Stato, con il parere favorevole (di prassi) del ministro della Giustizia. I documenti portati da Nordio sul tavolo di Alfredo Mantovano sono chiari. Il primo, firmato dal sostituto procuratore generale Gaetano Brusa, sottolinea “la risalenza nel tempo dei reati e lo stile di vita successivo” di Minetti, arrivando a certificare “una radicale presa di distanza dal passato deviante”.
Non solo: la Procura ricostruisce un contesto in cui “personalità di potere” avrebbero creato “un clima ambientale” tale da condizionare le scelte della giovane. Insomma, quasi una attenuante morale. Poi c’è il secondo documento, che Nordio mostra a Mantovano: il decreto del tribunale di Venezia - 19 luglio 2024 - che riconosce la sentenza di adozione (istanza di Nicole Minetti e del compagno Giuseppe Ciprani, ndr) emessa dal giudice di Maldonado (Uruguay) nei confronti di un bimbo, all’epoca 7 anni, “i cui genitori biologici sono stati dichiarati decaduti dalla responsabilità genitoriale”. Istanza validata in Italia dal presidente del tribunale Caruso. E qui si crea la crepa. Il Quirinale ha chiesto approfondimenti, segno che qualcosa non tornasse fino in fondo. E a Palazzo Chigi il messaggio, neanche troppo implicito, è netto: “Chiedete alla Procura di Milano, non certo a noi”. Tradotto: se emergessero “dati non veritieri”, la responsabilità non sarebbe politica. La partita, dunque, è tutt’altro che chiusa. Perché se il parere dovesse cambiare, la grazia potrebbe essere revocata, con effetto retroattivo.