Non si placa la bufera politica tra maggioranza e opposizione sul caso Delmastro. Intanto la Procura di Roma è pronta a portare davanti alla Corte costituzionale lo scontro istituzionale con la Camera sulle chat tra l’ex sottosegretario alla Giustizia e Mauro Caroccia. Un esito - quello del voto con cui l’Aula ha negato l’autorizzazione all’utilizzo delle conversazioni - che i magistrati della Direzione distrettuale antimafia consideravano ampiamente prevedibile e che non modifica la strategia già delineata.
Prima di compiere il passo formale, però, gli inquirenti attendono un passaggio decisivo: le motivazioni con cui la Camera ha giustificato il diniego. Sarà proprio sulla base di quelle argomentazioni che il procuratore di Roma, Francesco Lo Voi, insieme ai magistrati titolari dell’inchiesta, valuterà se promuovere un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato davanti alla Consulta, sostenendo che il Parlamento abbia impedito all’autorità giudiziaria di utilizzare elementi ritenuti rilevanti per le indagini, ovvero le conversazioni tra Andrea Delmastro e Caroccia, oggi detenuto con l’accusa di essere un prestanome del clan Senesi.
Le chat sono considerate dagli investigatori un tassello importante dell’inchiesta sulla nascita della “Bisteccheria d’Italia”, procedimento nel quale risultano indagati Caroccia e la figlia Miriam per le ipotesi di riciclaggio e intestazione fittizia di beni. Delmastro, invece, non è indagato. Un elemento che la Procura ritiene significativo è che lo stesso Delmastro non si sia mai opposto all’utilizzo delle chat. Anzi, era stato proprio il deputato a trasmettere spontaneamente ai magistrati i messaggi, dopo che gli stessi erano stati depositati anche dalla difesa di Caroccia nell’ambito di una memoria difensiva. Nonostante ciò, la Camera ha ritenuto (con 206 sì e 133 no) che quelle conversazioni non possano essere utilizzate nel procedimento, richiamando le tutele previste per le comunicazioni dei parlamentari.