Ci sono volute le dure parole di Maria Falcone e l’indignazione di tanti. Alla fine, con un ritardo di cinque giorni, l’Anm ha preso posizione contro la sortita di Sigfrido Ranucci, che in un post pubblicato il 12 agosto si era paragonato a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. In un’intervista al Tg1 il presidente dell’associazione, Giuseppe Tango, ha detto che «Falcone e Borsellino sono figure eccezionali, esempi di grandi uomini e magistrati, per certi versi irraggiungibili per chiunque. In tanti purtroppo, anche in tempi recenti, provano a tirarli per la giacchetta e ciò è avvenuto anche durante la campagna referendaria. Ed è sempre sbagliato farlo».
Nessun pentimento, invece, per quello che accadde nell’aula magna della Corte di Cassazione il 25 ottobre 2025. Ranucci si presentò a sorpresa all’assemblea generale dell’Anm, nove giorni dopo l’“attentato” (all’epoca non si sapeva che fosse finto) davanti alla sua villetta, fu accolto come una rockstar e tenne un discorso contro la separazione delle carriere, in favore del No al referendum. Quei magistrati plaudenti, ha detto Tango, hanno spontaneamente fatto «un gesto di solidarietà e di vicinanza quantomeno dovuto in quel contesto».
Del resto, anche dopo la confessione di Valter Lavitola, Stefano Celli, vicesegretario del sindacato ed esponente di Magistratura Democratica, ha rivendicato con orgoglio la scelta di invitare il conduttore di Report. Se l’invito a Ranucci «ha favorito il No e la difesa della Costituzione», ha detto Celli, «tanto meglio». Contava solo il risultato, insomma. E pazienza se l’attentato che aveva procurato al giornalista applausi e credibilità era una messinscena del suo amico.
Non tutti i magistrati, però, si comportarono come i vertici e la platea dell’Anm. Alcune toghe erano schierate per il Sì e c’è chi, al di là del voto sulla riforma, non aveva condiviso quell’idolatria. Sono i magistrati che ora trovano negli sviluppi della vicenda Ranucci nuovi motivi di critica. Molto duro nei confronti del sindacato delle toghe è il lungo articolo apparso sul blog «Uguale per tutti?», espressione di un gruppo di magistrati indipendenti critici verso le correnti. Tra loro ci sono Andrea Mirenda, membro togato del Csm, e Nicola Saracino, consigliere della Corte d’Appello di Roma. In un post firmato collettivamente scrivono che l’applauso dei loro colleghi a Ranucci «pesa più di molte dichiarazioni. Non perché un applauso sia uno scandalo, ma perché rivela un orientamento pubblico in un momento di massima esposizione simbolica». La magistratura, spiegano, «può anche solidarizzare con un giornalista minacciato; ciò che non può fare, senza pagare un prezzo in termini di immagine istituzionale, è comportarsi come se i propri gesti non avessero alcuna valenza politica».
La lezione del caso Ranucci, commentano, «dovrebbe essere semplice. I magistrati non devono avere simpatie o antipatie quando esercitano la loro funzione, e dovrebbero essere ancora più cauti nell’esibirle nello spazio pubblico. Se non lo fanno, poi non possono stupirsi se qualcuno mette in dubbio la neutralità delle loro crociate». Anche se, concludono, «a dar retta a taluni manichei dell’Anm il fine giustifica, sempre e comunque, i mezzi». Chiaro il riferimento a Celli e ai tanti che la pensano come lui.
La giudice Clementina Forleo, anche lei estranea agli scambi di favori tra correnti che condizionano la magistratura, ha pubblicato invece sui social network una serie di domande su Ranucci: «Chi lo sta ricattando? Perché vuole a tutti i costi mantenere il timone di Report con la minaccia di spifferare le chat con “tutti”? E chi sono i “tutti” di cui parla?». In un Paese normale, attacca Forleo, il conduttore «sarebbe già stato indagato per estorsione e i suoi telefoni sequestrati: solo per tali gravi intimidazioni». Conclude consolandosi col fatto che «non tutti i magistrati appartengono alla categoria del “tanto meglio”». Quella di Celli, per essere chiari.