È giunta ormai l’ora della verità per Sigfrido Ranucci. Aspettando la sentenza del Tribunale del Lavoro, attesa tra oggi e lunedì, sul reintegro del giornalista alla guida di Report, ieri è stato il giorno della convocazione del conduttore di fronte all’ufficio legale della Rai dove Ranucci è stato ascoltato nell’ambito della contestazione disciplinare aperta dall’azienda dopo gli sviluppi del caso Lavitola. La contestazione, emersa a settembre, riguarda presunte violazioni delle norme interne: dall’invio a soggetti terzi di comunicazioni aziendali riservate, all’accesso in Rai di persone esterne, fino ai giudizi espressi pubblicamente sui vertici dell’azienda e sui nuovi conduttori di Report.
BRACCIO DI FERRO
La Rai aveva precisato che si tratta di unprocedimento distinto dalla scelta editoriale di sostituire Ranucci alla guida del programma. Top secret il contenuto delle risposte del giornalista anche se, da fonti interne alla redazione, continua a filtrare il malumore dei colleghi (pure smentito seccamente dall’ex conduttore) circa un suo ritorno. Paradossalmente un appiglio che, obliquamente, potrebbe rivelarsi a favore di un ritorno della Rai sui propri passi, è la sorte contrattuale del nuovo conduttore, Daniele Piervincenzi.
L’ex inviato, vincitore del concorso interno, era stato, infatti, destinato alla sede regionale di Napoli (peraltro ambitissima). L’assunzione diretta a Roma di Piervincenzi mette ora il sindacato di sinistra, Usigrai, nella condizione di offrire una sponda di speranza (quasi fortuita) proprio a Ranucci. Rimettere in gioco le sorti del nuovo conduttore (peraltro già sufficientemente schiaffeggiato verbalmente da Sigfrido) darebbe autenticamente fiato al partito dei “ranucciani” che, comunque, ad oggi non dovrebbe annoverare più del 30% della redazione del programma.
Parallela e al tempo stesso intrinseca alla guerra aziendale resta, poi, la questione più pesante: quella delle indagini sulla bomba sotto casa di Ranucci che ha portato, nello scorso mese di luglio all’arresto di Valter Lavitola, informatore e “amico fraterno” mai rinnegato dal conduttore di Report. Il faccendiere, autoaccusatosi, di fronte agli inquirenti, di essere il mandante dell’attentato di Torvajanica, da ieri è stato tolto dal regime di alta sicurezza del carcere romano di Rebibbia e trasferito tra i detenuti comuni.
Tutto questo nelle stesse ore in cui torna al centro delle attenzioni della procura la figura di Gomes Clesio Tavares, il camerunense considerato l’intermediario tra Lavitola e il gruppo che avrebbe materialmente eseguito l’attentato. L’uomo, a sua volta destinatario di un provvedimento cautelare, è latitante da mesi in una zona non precisata dell’Africa.
ESTRADIZIONE IN BALLO
Proprio ieri i magistrati romani hanno deciso di stringere i tempi: è stata, infatti, chiesta alla Procura generale la valutazione della procedura di estradizione e, contemporaneamente, dell’internazionalizzazione della ricerca attraverso una red notice Interpol. Il viatico per procedere con la rogatoria internazionale. Passaggio decisivo perché Tavares rappresenta, nelle carte dell’inchiesta, uno degli anelli forti della catena nella storia criminale che ogni giorno, ormai da mesi, si arricchisce di particolari e spigolature non sempre di valore giudiziarie che, tuttavia, restituiscono i particolari di un clima tutt’altro che sereno. Nel quale, in queste ore, un giudice dovrà decidere sulle sorti professionali di Sigfrido Ranucci, mentre altri magistrati sono al lavoro per continuare a fare chiarezza sulla vicenda che di fatto è stato quantomeno il casus belli ultimo nella frattura tra il giornalista, il suo mondo di rapporti complessi e la radiotelevisione di Stato che, come missione principale, ha il diritto dovere di tutelare il proprio patrimonio editoriale, di cui Report è certamente parte integrante. Due partite diverse, insomma, ma certamente destinate inevitabilmente a incrociarsi per rivelare la soluzione. Che per qualcuno tra i protagonisti difficilmente sarà un’assoluzione.
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