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Ranucci, "bomba per non essere più un paria": la versione di Lavitola

di Giacomo Amadoridomenica 18 ottobre 2026
Ranucci, "bomba per non essere più un paria": la versione di Lavitola

3' di lettura

Più che una «bomba d’amore», quella che Valter Lavitola ha fatto piazzare davanti alla casa di Sigfrido Ranucci, doveva fungere da ascensore sociale e consentire al mandante dell’attentato di «uscire dal mondo dei paria». Nelle motivazioni con cui il Tribunale del riesame di Roma ha respinto il ricorso degli avvocati del faccendiere contro il carcere vengono riportati alcuni passaggi delle spontanee dichiarazioni dell’indagato.

Che, a settembre, avrebbe «sensibilmente modificato la sua versione», rimangiandosi le dichiarazioni di agosto in cui aveva sostenuto di avere ordinato al suo factotum Gomes Clesio Tavares di «sparare tre o quattro colpi di pistola sul muro della casa, ma non all’altezza del cancello». Lavitola, il mese scorso, avrebbe, invece, dichiarato di avere conferito a Clesio Tavares una sorta di «mandato in bianco»: «Perché non gli ho detto “fai così” o “è meglio non fare l’attentato”».

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In compenso, dopo l’attentato, il faccendiere avrebbe suggerito a Ranucci «di aumentare la risonanza dell’atto intimidatorio subito» al fine di «“capitalizzare” al massimo, in termini di consenso, la vicinanza suscitata nell’opinione pubblica a causa dell’attentato di cui era stato vitti ma».

Un consiglio un po’ cinico che non avrebbe incrinato i rapporti tra i due. Per i giudici il giornalista «era perfettamente a conoscenza del progetto» portato avanti da Lavitola «sin dal 2024» di «far candidare Ranucci alle elezioni politiche del 2027 con l’ambizione di riuscire a farlo diventare presidente del Consiglio».

Però i magistrati del Riesame, al pari dei colleghi che li hanno preceduti nell’esame della vicenda, continuano a dirsi convinti che Ranucci fosse «estraneo al progetto (della bomba, ndr) di Lavitola», anche se aggiungono che è un «dato incontestato che fra Lavitola e Ranucci vi fosse un rapporto di estrema confidenza».

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In forza di tale legame il faccendiere avrebbe messo in guardia l’amico su fantomatici rischi per la sua incolumità. Ma «di fronte al disinteresse di Ranucci, gli aveva detto che ci avrebbe pensato lui; quindi, aveva dato mandato al Clesio Tavares [...] al quale aveva detto “facciamo, creiamo un incidente per il quale si deve per forza alzare la tensione”».

A proposito di Ranucci, Lavitola ha «affermato che li lega “un’amicizia sincera”, ma che, allo stesso tempo, non può nascondere che il rapporto col predetto era per lui fonte di vantaggi. Ranucci frequentava abitualmente il suo ristorante, così come molte altre persone autorevoli, e ciò gli consentiva, a suo modo di vedere, «di uscire dal mondo dei paria, nei quali era confinato a seguito delle sue precedenti vicende giudiziarie». In un altro passaggio il faccendiere ha ribadito di «avere organizzato l’attentato, da un canto, per tutelare una persona alla quale era legato, e, dall'altro, per tutelare i suoi interessi in quanto il suo accostamento al Ranucci, persona autorevole e credibile, gli consentiva di avere una “rivincita sociale”». Dunque quella per l’ex conduttore di Report era un’empatia interessata: «Dimostrare a Ranucci la mia preoccupazione per la sua tutela rafforzava ulteriormente il nostro rapporto. Coltivavo l’auspicio di produrre la sua trasmissione se non lo avessero riconfermato alla Rai» ha concluso Lavitola.