Nelle sue chat Youssef Siher "non prospetta mai il ricorso ad azioni violente". E per questo, da oggi, torna in libertà. La gip di Milano Tiziana Landoni ha da poco depositato il provvedimento con cui non ha convalidato il fermo del 30enne e lo ha rimesso in libertà non condividendo la richiesta avanzata dalla Procura che aveva proposto la custodia cautelare in carcere.
Il ricercatore, italo-marocchino di seconda generazione, era stato fermato nella notte tra venerdì e sabato scorso in qualità di amministratore del canale Telegram Movimento 17 ottobre aperto dopo la due giorni di disordini a Milano. Nei suoi confronti, e nei confronti della moglie indagata a piede libero, i pm hanno ipotizzato i reati di istigazione per delinquere con l'aggravante del terrorismo e violenza organizzata in manifestazione di piazza. La giudice ha evidentemente accolto la tesi della difesa, con gli avvocati Benedetto Ciccarone e Yasmina Abu Sharar, che aveva contestato in toto la ricostruzione dei pubblici ministeri e la sussistenza delle esigenze cautelari.
Nei confronti di Siher, spiega il Gip nelle carte di scarcerazione, "non sono ravvisabili gravi indizi di colpevolezza" né rispetto alle esigenze cautelari, né rispetto alle accuse mosse dalla Procura. Nei post e nei comunicati, Youssef "non prospetta mai il ricorso ad azioni violente" scrive la gip, "né risulta aver evocato le gravi violenze verificatesi nelle giornate del 17 e 18 ottobre 2026 (da lui neppure menzionate) quale modello di attuazione delle forme di protesta e di mobilitazione collettiva da lui proposte". Inoltre, non può neppure affermarsi che Siher, in vista della manifestazione dello scorso 24 ottobre, "abbia promosso la formazione di un gruppo composto da almeno cinque persone, organizzato anche occasionalmente, che nel corso della manifestazione, avvalendosi di strumenti offensivi, potesse adottare comportamenti tali da determinare un concreto pericolo per l'incolumità delle persone e cagionare, altresì, danni alle cose, emulando le azioni violente dispiegatesi nelle giornate del 17 e 18 ottobre 2026" si legge nel provvedimento. "Né può dirsi che l'indagato abbia incitato o istigato la commissione di condotte del genere".
Non si può sostenere che le condotte di Youssef "fossero volte a esercitare forme di costrizione nei confronti di organi di vertice delle istituzioni, né che le stesse fossero sorrette da finalità di eversione dell'ordine democratico dello Stato", scrive il Gip Landoni. Per la giudice, che non riconosce le esigenze cautelari chieste dalla Procura di Milano (pericolo di fuga e rischio reiterazione del reato), non solo sono "insussistenti i gravi indizi di colpevolezza a carico dell'indagato", ma "non sarebbe comunque ravvisabile la contestata aggravante" del terrorismo. Le azioni verbali di Siher "non potrebbero ritenersi tali da arrecare un grave danno allo Stato (non pare essere, invero, di dimensione necessariamente macroscopica l'offesa dalle stesse potenzialmente creata), né risultano essere state compiute allo scopo di intimidire la popolazione, suscitando nella società nel suo complesso un turbamento profondo e perdurante, considerati gli stessi propositi esternati dal medesimo nei due comunicati pubblicati all'interno del gruppo Telegram e il tentativo di promuovere la formazione di una coscienza collettiva, coinvolgendo anche persone non appartenenti a realtà politiche".
L'italo-marocchino "si è, di fatto, limitato a promuovere una mobilitazione collettiva, 'consapevole', di protesta contro le attuali politiche governative, capace di coinvolgere il maggior numero di persone, con l'obiettivo di favorire, come da lui espressamente dichiarato, il formarsi di una coscienza collettiva". Il riferimento dell'indagato alle mobilitazioni organizzate in Francia "è assolutamente generico e non vi sono allusioni ad atti di violenza o all'adozione di comportamenti integranti reato. Siher pare, piuttosto, richiamare la costanza e in generale l'attivismo che ha connotato i movimenti di protesta francesi, senza esaltare, in alcun modo, le condotte violente poste in essere da taluni manifestanti". Il condividere con migliaia di utenti, almeno 6mila, delle frasi di critica "non può ritenersi integrante il delitto di istigazione a commettere delitti contro l'ordine pubblico" sostiene la giudice Landoni. Il riferimento è alle frasi che compaiono in uno dei comunicati su Instagram: "Lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove" e "Meloni dichiara guerra al futuro di questo Paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame", si legge sui social. "Si tratta, senz'altro, di affermazioni di critica rivolta allo Stato, all'attuale Governo e ai media, connotate da toni aspri ed espressioni volgari" osserva la giudice. Nell'indagato vi è "una ferma presa di posizione dinnanzi a politiche non condivise e ritenute dannose per il futuro dell'Italia, che sfocia in una generica 'dichiarazione di guerra' a un 'presente infame' (e non nei confronti delle istituzioni dello Stato), non accompagnata da specifici e concreti riferimenti ad azioni violente o in altro modo costituenti reato, tali da indurre gli utenti a commettere atti di tal genere" si evidenzia.
Secondo il Gip, non aveva alcun intento di "sottrarsi alle investigazioni a suo carico" di cui "non risulta (...) ne fosse a conoscenza" e di "rendersi irreperibile". La giudice nel ritenere l'insussistenza del pericolo di fuga, ha ricostruito le ore precedenti alla perquisizione e al fermo di Shier e della moglie, indagata a piede libero. I quali la sera prima dalla loro abitazione fuori Milano, si erano recati in zona Corvetto da un'amica. E a riprova che non c'era alcuna intenzione di sfuggire alle indagini, la giudice Landoni ha osservato che "tra l'altro, nella stessa richiesta di convalida di fermo si ipotizza che Siher si fosse recato nella casa dell'amica, in vista della manifestazione organizzata il giorno seguente". Inoltre la Gip passa in rassegna anche il presunto "atteggiamento non collaborativo assunto dall'indagato nel corso della perquisizione e ispezione a suo carico" che si sarebbe sostanziato dall' "essersi rifiutato di indicare agli operanti le credenziali di accesso al proprio cellulare". "Si ritiene - prosegue il provvedimento - che tale comportamento (tra l'altro neppure inusuale) costituisca un dato di per sé neutro e non possa reputarsi sintomatico della volontà (...) di darsi alla fuga".
Uno degli elementi che faceva pensare alla possibile permanenza nel carcere di San Vittore di Siher era il fatto che il ragazzo aveva scelto di non rispondere alle domande del Gip Landoni durante l’interrogatorio svolto martedì 27 ottobre. Come detto, nel procedimento è coinvolta anche la moglie, Sagia Hammoud, 32 anni, nata a Como e cresciuta a Lurate Caccivio. La donna, mediatrice interculturale di origini libanesi, è indagata a piede libero.




