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Inquinamento e smog, la truffa di Stato: imposte da 462 euro a famiglia per tutelare l'ambiente, ma solo l'1%...

di Andrea Tempestini domenica 24 dicembre 2017

3' di lettura

L’ambiente e l’ecologia sono cose bellissime. In teoria. Tradotte in pratica e messe nelle mani dello Stato italiano diventano però una truffa, l’ennesima scusa per spillare soldi ai contribuenti. Tanti soldi: poco meno di 500 euro l’anno per ogni famiglia. In cambio dei quali né Pantalone né l’ecosistema in cui vive ricevono nulla. I numeri della predazione sono spiegati in un documento che l’Ufficio valutazione impatto del Senato (un gruppo di esperti incaricato di valutare gli effetti delle leggi e presieduto dallo stesso Pietro Grasso) ha dedicato alle cosiddette “tasse ambientali”. Categoria alla quale appartengono, ad esempio, le accise sul gas e sull’elettricità, le imposte automobilistiche e i cosiddetti “oneri di sistema”, introdotti dal legislatore per incentivare il fotovoltaico e le altre fonti rinnovabili (da soli, questi ultimi, nel 2016 hanno pesato sulle bollette per 13,6 miliardi di euro). Sommate, le invenzioni del fisco “verde” tolgono alle famiglie italiane 28,3 miliardi ogni dodici mesi. I singoli Stati, i trattati dell’Unione europea e gli accordi raggiunti in sede Onu incoraggiano la diffusione di questo tipo di prelievi in ossequio al principio per cui “chi inquina paga”. Esistono infatti criteri precisi, almeno in teoria, per calcolare l’effetto economico delle diverse forme d’inquinamento. Ad esempio, per il riscaldamento delle famiglie è stimato un “costo esterno” - cioè non ricadente su chi accende il termosifone, ma sul resto della collettività - pari a 9,7 miliardi di euro l’anno; gli spostamenti delle famiglie inquinano per 7,1 miliardi, la cucina ed altre attività domestiche per 186 milioni e così via. Il meccanismo è più o meno equo finché ognuno dei grandi gruppi (i nuclei familiari, l’industria pesante, l’agricoltura etc.) paga per ripulire ciò che sporca. Accade invece esattamente il contrario e le più penalizzate sono proprio le famiglie. Esse producono inquinamento per 16,6 miliardi di euro e, come visto, pagano tasse ambientali per oltre 28 miliardi: il 70% in più del dovuto. Al contrario di quanto accade per imprese, le quali insozzano aria, suolo e acque per 33,6 miliardi e pagano per soli 24,9: il 26% in meno. La differenza a svantaggio delle famiglie ammonta a 11,7 miliardi, che secondo la media del pollo di Trilussa corrispondono a 462 euro per ogni nucleo. Disparità enormi esistono anche all’interno delle attività imprenditoriali: i servizi, spiega il documento dei tecnici di Grasso, “pagano il 57% in più dei loro costi esterni, mentre agricoltura e industria pagano rispettivamente il 93% e il 27% in meno”. La fregatura non finisce qui. Perché, sempre secondo la teoria, le tasse ambientali, come fa intuire anche il nome, dovrebbero servire a realizzare interventi per la pulizia e la difesa della natura. Cosa che invece non avviene. Da famiglie e imprese lo Stato, in nome dell’ecologia, preleva complessivamente 53,1 miliardi di euro. Sono dati del 2013, dai quali emerge l’impatto crescente di tali tasse, che dieci anni prima valevano 13 miliardi in meno. Regolarmente, però, solo l’1% della somma, e cioè oggi poco più di mezzo miliardo, è destinato alla protezione dell’ecosistema: tutto il resto è usato per finalità diverse. La nobile motivazione, in parole povere, è il pretesto perfetto per ottenere un gettito facile (basta un decreto del governo per aumentare un’accisa) e cospicuo. Non mancano vere e proprie contraddizioni. Lo stesso fisco che tartassa le famiglie in nome di un mondo più pulito incentiva le attività inquinanti tramite aiuti diretti e sconti fiscali. Cinque settori, ricorda il documento dell’Ufficio valutazione impatto, e cioè trasporto aereo, trasporto marittimo, pesca, raffinazione, agricoltura e allevamento, “ricevono volumi altissimi di sussidi anche se presentano costi ambientali molto alti”. Si tratta di vantaggi pari a 16,2 miliardi di euro l’anno, senza i quali, probabilmente, molti degli operatori che ne beneficiano finirebbero fuori mercato. Comprensibile, quindi, che in qualche modo lo Stato si dia da fare per sostenerli. Sfugge però la razionalità di un sistema che con una mano punisce e con l’altra premia gli identici soggetti. O meglio: non si vede una logica diversa da quella di arraffare il più possibile a tutti, per poi redistribuire parte del maltolto alle categorie politicamente rilevanti. di Fausto Carioti

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