Magistratura

Fabio De Pasquale, nel mirino del pm che condannò Berlusconi ci finisce Paolo Scaroni: l'ultima inchiesta

Cristiana Lodi

È sempre lì dentro l'aula coi soliti baffi e la toga consunta a chiedere la condanna. Alla pena di o ad anni tot. È così da quando nel 1991, poco prima di Mani Pulite, arriva alla Procura di Milano da sostituto procuratore. Francesco Saverio Borrelli, seppure in un secondo momento, all'epoca lo aggiunge al pool dei reati contro la Repubblica. E lui, subito, litiga con Antonio Di Pietro. «Dobbiamo decidere su cosa indago io e su cosa indaghi tu», gli dice Tonino.

Ma la toga coi baffi che già aveva messo sotto inchiesta Bettino Craxi per le tangenti pagate dalla Sai di Salvatore Ligresti per un contratto Eni, Tonino da Montenero di Bisaccia lo batte sul tempo mandando a giudizio l'allora segretario del Psi. Ottenendone poi la prima condanna. Così come quella del banchiere di Mani Pulite, Pierfrancesco Pacini Battaglia, «l'italosvizzero appena un gradino sotto di Dio» scampato invece ad altre indagini. Messinese, 63 anni l'8 settembre, ventinove dei quali trascorsi alla Procura di Milano. E soltanto lì. All'anagrafe è Fabio De Pasquale, per Silvio Berlusconi si chiama invece «il Famigerato». Ossia la toga che dopo avere avviato (nel 2001) le indagini sulla compravendita dei diritti tv Mediaset, ottiene la prima e unica condanna definitiva per l'uomo di Arcore. Segnando così la storia del Paese visto che Berlusconi viene estromesso dal Parlamento, dalla carica di senatore (cancellata come un colpo di spugna) e dalla vita politica attiva dopo 19 anni in Parlamento, due volte premier. Comprensibile che Fabio De Pasquale sia la toga più invisa al Cav, nonché il «persecutore» (per usare la parole di B.) nel processo più odiato fra i 34 procedimenti e oltre imbastiti a suo carico. Ovvio che Fabio De Pasquale, piaccia o no, abbia dovuto fare il callo alle scomuniche e alle censure berlusconiane. 

 

Tanto che a distanza di 25 anni dalla morte dell'allora presidente dell'Eni, Gabriele Cagliari, in una cella di San Vittore (era il 20 luglio 1993), tornano in mente le tesi di Silvio Berlusconi, che addebita al pm il suicidio del detenuto per Tangentopoli come «reazione a una promessa di scarcerazione» che nell'estate del 1993 il magistrato si sarebbe «rimangiato prima di partire per le ferie». Cose stranote. Ridette e infinite volte giudicate, senza arrivare a una prova. Vale la pena ricordare che all'epoca la prima ispezione ministeriale non ravvisò illeciti disciplinari a carico di De Pasquale e l'allora Guardasigilli, Giovanni Conso, non mosse contestazioni. Nessuna azione disciplinare neanche da parte del procuratore generale della Cassazione, Vittorio Sgroi. 

LE ACCUSE DI SGARBI
Solo nel 1995 il ministro di Grazia e Giustizia, Filippo Mancuso, riversò le carte sul piano penale, denunciando De Pasquale per abuso d'ufficio e morte (il suicidio di Cagliari) come conseguenza di altro reato. Ossia l'abuso del pm. Ma Brescia archiviò l'uno (come inesistente) e l'altra (come non configurabile nel nesso di causa con il suicidio). Il caso venne successivamente richiamato nella prima causa «Craxi contro l'Italia» davanti alla Corte europea dei diritti dell'uomo. Ma neanche Strasburgo ha censurato il pm. Ci si era messo anche Vittorio Sgarbi. A Domenica In, da parlamentare, disse che Fabio De Pasquale era «un assassino». Diffamazione: 2 mesi di cella e 100 milioni di lire da risarcire al pm. 

In Cassazione usufruisce però dell'insindacabilità del parlamentare. E sulla base di un parere nel quale la Giunta della Camera (relatore Gaetano Pecorella) ritiene che «l'epiteto dell'opinionista tv-Sgarbi, pur se insinuante e astrattamente diffamatorio», rientri però «in una battaglia politica del deputato-Sgarbi». Tutti assolti. Faccenda chiusa con buona pace del suicida. Oggi De Pasquale, sempre a Milano ovviamente, è procuratore aggiunto della Repubblica, con delega alle delicate indagini sui delitti economici transnazionali. Una promozione arrivata (in senso cronologico, scriviamo a scanso di querela) dopo la condanna definitiva di Silvio Berlusconi. 

CHIODO FISSO
Fabio De Pasquale, la presa sull'Eni, non l'ha certo mollata. E dal 2013 indaga come un ossesso contro il colosso del Cane a sei zampe, per presunte storie di tangenti in Africa: prima in Algeria e poi in Nigeria. Vicende intricate, con tanti soldi in ballo. Ma che al cittadino di buon senso e di buona memoria fanno venire in mente più che i reati il nome di Enrico Mattei, l'uomo che l'Eni la inventò e la trasformò in un impero, sfidando le più grande compagnie petrolifere del mondo, le "Sette Sorelle", giganti statunitensi, inglesi e francesi a cui Mattei rifiutò di sottomettersi facendo dell'Eni il colosso che oggi conosciamo. Alla guida è poi arrivato il manager Paolo Scaroni (ex amministratore delegato). Sotto la sua direzione, prima l'Enel (inizio duemila) e poco dopo l'Eni, hanno toccato risultati eccellenti. E se il nostro è un paese ricco, in qualche modo lo dobbiamo anche al manager Scaroni. Ovviamente antipatico ai magistrati, che gli danno la caccia da lustri. Già da Tangentopoli. Oggi continua a perseguirlo Fabio De Pasquale. 

 

Il 15 gennaio scorso, nel cosiddetto processo Eni Algeria, imbastito proprio da Fabio De Pasquale, Paolo Scaroni è stato assolto. Due volte. Primo e secondo grado. Assolto lui e tutti i dirigenti dell'Eni e di Saipem. Corruzione internazionale, l'accusa. Pesanti le richieste di condanne cadute nel vuoto: si andava dai 4 ai 9 anni. Per Scaroni più di sei anni. Se la condanna fosse stata accolta avrebbe dovuto sperare nella Cassazione per non finire in carcere, a 74 anni. Un buco nell'acqua per Fabio De Pasquale. Che però non si dà pace. Tre giorni fa, nel processo Eni Nigeria, è andato giù ancora più pesante: 8 anni di cella sia per Paolo Scaroni e sia per l'attuale ad, Claudio Descalzi. Come finirà, si saprà. Al momento restano le richieste di condanna, secondo l'Eni «del tutto svincolate da qualsiasi prova contro Eni e i suoi funzionari».