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Benevento, stuprata a 15 anni e suicida. La vendetta di suo padre, 10 anni dopo

di Giordano Tedoldi lunedì 3 giugno 2024

3' di lettura

Che la commedia all’italiana nelle sue varie forme sia stata uno scavo esattissimo nel nostro carattere nazionale è risaputo, e la cronaca non fa che confermare come, in molti casi, ciò che abbiamo visto sullo schermo era un’anticipazione della realtà.

Prendiamo un capolavoro di Monicelli del ’77, “Un borghese piccolo piccolo” (da un romanzo di Vincenzo Cerami), con uno strepitoso Albero Sordi che interpreta un modesto impiegato statale il quale, la mattina in cui sta accompagnando l’unico figlio all’agognato concorso nel ministero in cui lavora da una vita (certo che lo passerà, grazie all’appoggio di una farsesca loggia massonica cui si è opportunisticamente affiliato), se lo vede uccidere dalle raffiche di mitra di un rapinatore. Il culmine del film è la preparazione e l’esecuzione della vendetta di quest’uomo distrutto, che non ha più altra ragione di vita.

Il ruolo di Sordi richiama la vicenda di Lucio Iorillo, 64 anni, operaio del Beneventano. Nel 2008 la figlia si suicidò: pochi mesi prima, 15enne, era stata violentata e il trauma le aveva reso l’esistenza insopportabile. L’uomo accusato dello stupro, il pastore Giuseppe Matarazzo, fu condannato a 11 anni e 6 mesi. Nel 2018, scontata parte della pena, Matarazzo uscì dal carcere e un mese dopo, davanti casa, fu giustiziato con due colpi di pistola al petto provenienti da un’auto guidata da due uomini. Le indagini sull’assassinio portarono all’incriminazione di Giuseppe Massaro e Generoso Nasta. Tortuoso l’iter giudiziario: condannati nel 2021 in primo grado all’ergastolo, i due sono stati poi assolti dalla Corte d’Appello di Napoli nel 2023, e infine la Cassazione ha annullato la sentenza di assoluzione. Ora la procura di Benevento cerca di ricostruire interamente il quadro, inserendo un tassello fondamentale, il mandante dell’omicidio, che sarebbe proprio il padre della ragazza che si è uccisa, Iorillo: avrebbe organizzato il delitto dietro pagamento (effettuato solo in parte) di 20mila euro. A novembre, la Gup designata dovrà decidere sul suo rinvio a giudizio, mentre si profila un nuovo processo d’Appello per i due presunti killer.

Se l’impianto accusatorio verrà confermato, c’è un’indubbia somiglianza tra la vita e la finzione cinematografica. Nel film veniva ucciso un ragazzo candido e bonaccione, e un padre che si piccava di esserne guida e protettore non riesce a immaginare altro risarcimento che la vendetta, rapinando e, subito dopo- suo malgrado, perché vorrebbe gustare a lungo il suo ruolo di aguzzino -, uccidendo il criminale, che aveva appositamente finto di non riconoscere al momento del confronto in questura. Qui abbiamo un padre cui è stata stuprata la figlia minorenne, la quale, in conseguenza di quella violenza, si uccide. Come nel personaggio di Sordi, l’uomo non ha nessuna fiducia e considerazione nella giustizia penale. Per anni attende che il colpevole ritorni in libertà per fargliela pagare. Poco importa che nel film la vendetta è consumata personalmente, e qui per interposte persone. I profili psicologici, i moventi, le dinamiche sono molto simili.

Alla fine del film, dopo avere perso anche la moglie, il personaggio di Sordi, vecchio pensionato inutile che passa le mattinate su una panchina di un giardinetto, viene insultato da un altro giovinastro, e nelle sequenze finali lo segue con la sua utilitaria, meditando analoga vendetta. La spirale della violenza, una volta innescata, non ha termine: vale per gli individui e per le nazioni. Quello che stupisce è che, in dieci anni, niente e nessuno sia riuscito a distogliere – sempre se le accuse saranno provate – il padre della ragazza dal suo proposito omicida.

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