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Le contraddizioni e i modelli datati dei vescovi italiani su islam ed ebrei

Sta affermandosi la “pace a pezzi” ai quattro angoli del mondo, anche se le dinamiche degli equilibri mondiali continuano a essere interpretate attraverso uno schema conflittuale
di Andrea Morigi sabato 6 dicembre 2025

3' di lettura

Sta affermandosi la “pace a pezzi” ai quattro angoli del mondo, anche se le dinamiche degli equilibri mondiali continuano a essere interpretate attraverso uno schema conflittuale. Ne risente anche la nota pastorale proposta dall’assemblea dei vescovi italiani, Educare a una pace disarmata e disarmante. Il documento, in 34 pagine, riprende le parole pronunciate da Papa Leone XIV all’inizio del suo pontificato, per poi esaminare il contesto attuale e le sue radici, esplorare i principali riferimenti biblici e magisteriali, indicare alcune prospettive di pensiero e di azione, non prima di aver evocato il «crinale apocalittico» intravisto da Giorgio La Pira.
Sono scenari di crisi, dei quali la Cei individua alcuni sintomi, a cominciare dai nazionalismi e proseguendo con «la diffusione in Europa di antisemitismo e islamofobia». Il rigore dell’analisi inizia a zoppicare in particolare quando si opera una distinzione fra la «realtà ebraica» e «le inaccettabili recenti pratiche dello Stato d’Israele».

E qui purtroppo torna a riecheggiare il dibattito che 60 anni fa caratterizzò la genesi della dichiarazione Nostra Aetate al Concilio Vaticano II. Il visconte Léon de Poncins, tradizionalista cattolico, si attivò per distribuire ai padri conciliari un pamphlet dal titolo Le problème des juifs face au Concile, nel quale si ripetevano le peggiori teorie cospiratorie sul complotto giudaico. Alcuni vescovi orientali come il patriarca melchita Maximos IV Sayegh, tuttavia, erano già predisposti a considerare lo Stato di Israele un intruso nel mondo arabo e islamico, mentre l’arcivescovo greco-cattolico di Damasco, Joseph Tawil, sottolineava che poiché «un milione di arabi fu ingiustamente e violentemente cacciato dalle loro terre» riteneva inappropriato che la Chiesa si concentrasse sulla questione ebraica. Erano trascorsi più di vent’anni dalla Shoah, ma l’odio verso gli ebrei, lungi dall’essersi spento, aveva ritrovato vigore in Medio Oriente.

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Fu la volontà di Papa Giovanni XXIII e del suo successore Paolo VI a confermare la necessità di una formulazione secondo cui «La Chiesa inoltre, che esecra tutte le persecuzioni contro qualsiasi uomo, memore del patrimonio che essa ha in comune con gli Ebrei, e spinta non da motivi politici, ma da religiosa carità evangelica, deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell'antisemitismo dirette contro gli Ebrei in ogni tempo e da chiunque».

La Nostra Aetate fu quindi il risultato di un compromesso, che condusse a inserire nel testo un riferimento anche ad altre religioni, nello specifico l’islam. In questo clima s’inserisce anche la denuncia dell’islamofobia da parte della Cei, benché si possa presumere anche un’altra influenza culturale. Una battaglia portata avanti per decenni dall’Organizzazione della Cooperazione (ex Cooperazione) Islamica presso le Nazioni Unite, in particolare dal Pakistan, propone di introdurre nel diritto internazionale il reato di blasfemia.

Se il progetto andasse in porto, si fornirebbe la base giuridica che conduce alla pena capitale per chi è accusato di manifestare opinioni contrarie alle legge islamica. Il caso della cristiana pakistana Asia Bibi, incarcerata per dieci anni, condannata a morte e infine assolta e liberata su pressione diplomatica e dell’opinione pubblica, è eloquente. Accodarsi alla campagna contro l’islamofobia rischia di ottenere un solo risultato: la cristianofobia. Che peraltro la Cei denuncia come fenomeno in crescita anche in Occidente.

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