Davanti alla moschea blu, dove Papa Leone XIV è entrato rifiutandosi di pregare, c’è Hagia Sophia, la basilica sottratta più volte ai cristiani e infine trasformata in luogo di culto islamico. Rimane a bocca aperta Askin Musa Tunca, il muezzin, quando si sente rispondere: «No, osserverò solo in giro», traduzione dell’inglese «That’s okay», all’invito a unirsi nell’orazione nella «casa di Allah». Manco per sogno. Diversamente dai predecessori Benedetto XVI e Francesco, il regnante Pontefice non si mostra accondiscendente verso la religione del Corano. Tutto lì, senza polemica. Anzi, la polemica nasce subito dopo, con Vatican news che tenta di metterci una pezza, naturalmente peggiore del buco. Il Santo Padre è rimasto «in silenzio, in spirito di raccoglimento e in ascolto, con profondo rispetto del luogo e della fede di quanti si raccolgono lì in preghiera», riferisce la sala stampa della Santa Sede, ripresa dai media vaticani. Avrà recitato nel segreto del proprio cuore un Pater, Ave, Gloria, un esorcismo, un’invocazione allo Spirito Santo? Non è noto.
Quel che Sua Santità voleva dire, lo ha scritto e controfirmato al Phanar, insieme al patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, in una dichiarazione che condanna «qualsiasi uso della religione e del nome di Dio per giustificare la violenza», rilanciando un appello affinché i responsabili politici facciano «tutto il possibile» per fermare la tragedia delle guerre in corso. Ma prima, a Nicea, aveva condannato «ogni forma di fondamentalismo e di fanatismo».
Tanto per mettere in chiaro che il dialogo con le Chiese cristiane è ecumenico, mentre con l’Islam è interreligioso. C’è una differenza notevole. Basta notarla. Ci sono anche musulmani favorevolmente colpiti dal gesto di Leone XIV, «una visita tradizionale di rispetto sacrale senza confusioni, baratti o compromessi», commenta Yahya Pallavicini, vicepresidente della Co.re.is, la comunità religiosa islamica, senza scandalizzarsi perché «le sue preghiere le fa nei suoi luoghi, rispetta un luogo di preghiera differente. Non è una visita a un edificio qualunque però anche con questo gesto ho l’impressione che voglia insegnare a tutti il rispetto in generale ma anche il rispetto in particolare: ogni cosa al suo posto».
Un segnale rivolto anche ai musulmani sciiti, che oggi si preparano ad accogliere il Vicario di Cristo in Libano. Ancora non lo hanno capito, però, visto che anche i terroristi di Hezbollah parteciperanno al ricevimento per Papa Leone XIV, organizzato dagli Scout dell’Imam Mahdi, movimento giovanile del Partito di Dio. Sulla strada che dall’aeroporto conduce a Beirut, insieme alle bandiere del Vaticano, sono pronti a sventolare anche i loro stendardi gialli con il simbolo del mitra spianato. Altro che smilitarizzazione delle milizie, come richiedono le risoluzioni dell’Onu e i patti di non belligeranza sottoscritti dal governo del Paese dei Cedri.
Beh, si preparino, meditando le parole dell’omelia pronunciata ieri pomeriggio durante la messa celebrata a Istanbul, in cui il Papa ha citato un versetto del profeta Isaia: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra». Anche quel passo biblico contraddice l’interpretazione jihadista del Corano. Lo spiega bene il testo diffuso, che fa riferimento al «legame a cui ci richiama la Parola di Dio», cioè «quello con gli appartenenti a comunità non cristiane. Viviamo in un mondo in cui troppo spesso la religione è usata per giustificare guerre e atrocità». Poi c’è un richiamo finale, tratto da un punto di svolta del Concilio Vaticano II, la Dichiarazione Nostra Aetate, ancora oggi, nel sessantesimo anniversario della sua pubblicazione, il più efficace antidoto dottrinale prodotto dalla Chiesa cattolica alla tentazione antisemita che mette alla prova le comunità cristiane, nel Medio Oriente e altrove: «La Scrittura dice: “Chi non ama, non conosce Dio». E avverte che «non possiamo invocare Dio come Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini che sono creati ad immagine di Dio».
Eppure, come ha ricostruito bene il gesuita padre David Neuhaus su La Civiltà Cattolica, sessant’anni fa non furono poche le resistenze, all’interno dell’episcopato, ad avviare una nuova fase di relazioni con gli ebrei. A chi non ha ancora capito l’importanza soprannaturale di Israele, va fatto meditare il testo di Leone XIV: «I nostri passi si muovono come su un ponte che unisce la terra al Cielo e che il Signore ha steso per noi. Teniamo sempre gli occhi fissi sulle sue sponde, per amare con tutto il cuore Dio e i fratelli, per camminare insieme e per poterci ritrovare, un giorno, tutti, nella casa del Padre». Che non si chiama Allah.