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Roma, il liceo occupato diventa una discoteca a pagamento: è bufera

di Simone Di Meo martedì 16 dicembre 2025

3' di lettura

Il banco come barricata, la cattedra come palco, l’aula magna trasformata in discoteca. Al liceo scientifico “Manfredi Azzarita” dei Parioli, a Roma, la scuola dei luoghi comuni è andata in scena tutta insieme, in una sola notte. Occupazione dichiarata, porte aperte, luci basse e musica alta. Biglietto d’ingresso 5 euro. Consumazione non inclusa, ma l’alcol sì. Giovedì notte l’ingresso forzato, la solita parola d’ordine “mobilitazione studentesca” e il copione già visto mille volte: proteste, assemblee, rivendicazioni. Poi, nel giro di 48 ore, la metamorfosi. Sabato sera l’istituto di via Tommaso Salvini è diventato un grande party: oltre 400 persone, in larga parte esterne, dj set dalle 22.30 “till late”, drink che girano e un invito che corre sulle chat WhatsApp. Offerta libera per gli interni, prezzo fisso per chi viene da fuori. La scuola come locale, il liceo come after. Le motivazioni ufficiali dell’occupazione restano appese al muro come i cartelloni scritti a pennarello: bagni inagibili, personale insufficiente, genitori troppo «asfissianti». Rivendicazioni che una parte degli studenti liquida come pretestuose. Proprio nei giorni precedenti, ricordano alcuni, una ditta stava intervenendo sui servizi igienici malridotti. Ma la protesta, si sa, vive anche di simboli. E il simbolo, qui, è l’occupazione che diventa autogestione e poi festa.

Il preside Paolo Pedullà parla di una minoranza che ha preso possesso della scuola. Dieci giorni fa aveva già chiamato la polizia per una sospetta occupazione, con controlli e tensioni latenti. Ora il nodo non è soltanto politico o didattico, ma di sicurezza. Dentro la scuola si dorme, si organizzano corsi, si programmano eventi fino a venerdì, ultimo giorno prima delle festività natalizie. Fuori, famiglie e studenti non coinvolti guardano con crescente inquietudine. A preoccupare è soprattutto l’apertura indiscriminata agli esterni. Venti studenti dell’Azzarita e una trentina di ragazzi più grandi dirigerebbero l’occupazione, raccontano altri alunni. Sabato sera la scuola era piena come una piazza il sabato notte. Un corto circuito che fa saltare ogni confine tra protesta e intrattenimento. Sul piano politico, l’occupazione ha anche un’identità dichiarata. Il gruppo si firma “Dissenso Azzarita”, area della destra giovanile, la stessa sigla con cui si era presentato alle elezioni dei rappresentanti senza ottenere grandi risultati. Anche questo è un classico: minoranza rumorosa, maggioranza silenziosa.

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Non a caso, il capogruppo in Campidoglio della Lega, Fabrizio Santori, parla di «abuso» e non di «dissenso». «È inaccettabile - spiega - che pochi impongano le proprie scelte a centinaia di studenti che vogliono semplicemente andare a scuola, studiare e vivere un ambiente sicuro». E poi c’è la questione del denaro. L’ingresso a pagamento, giustificato come contributo per la riqualificazione del plesso, è il punto che più irrita chi contesta l’occupazione. Una protesta che chiede fondi, una scuola occupata che incassa. Il paradosso è servito, insieme ai cocktail. Il caso Azzarita non è isolato. Tra dicembre e gennaio, negli ultimi due anni scolastici, decine di occupazioni e autogestioni hanno attraversato le grandi città, da Roma a Milano, da Torino a Napoli. Cambiano i contesti, restano i rituali. Il liceo come palestra di politica chiassosa e inconcludente, ma anche come laboratorio di contraddizioni (il più delle volte a sinistra, bisogna aggiungere). Si occupa per denunciare il degrado, si finisce per normalizzare il caos. Si invoca il dialogo, si alza il volume. «Le occupazioni di questo tipo non rappresentano gli studenti, mali danneggiano», prosegue ancora Santori. «Danneggiano la scuola, le famiglie e l’intera comunità. Chi rovina la scuola deve pagare». Sarà così? Alla fine resta la fotografia di una istituzione che, ancora una volta, rispecchia i mali più urticanti del Paese: pochi che decidono per tutti, regole elastiche a favore degli amici, confini sfumati per interessi di bottega. Con una certezza: quando il luogo comune prende il potere, il primo a saltare è sempre il senso del limite. E del ridicolo.

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