Un bigino. Un vademecum. Un compendio. Un po' come la sezione “faq” (le FAQ, le domande più frequenti) che si trovano nei siti: non fanno giurisprudenza, men che meno diritto, però sono una linea guida e (soprattutto) cercano di delineare un quadro che tanto limpido, ora come ora, non è. «Ci siamo resi conto che c'è una grande confusione sugli allontanamenti minorili», spiega Marina Terragni, «e che tante cose che oramai diamo per scontate, scontate non lo sono affatto». È per questo che lei, la Garante per l'infanzia e l'adolescenza in carica da un anno e qualche dì, ha deciso di affrontare il problema dal suo lato più pratico. Che alla fine è quello che conta perché stiamo parlando di bambini e famiglie e genitori: vite concrete e spesso drammi reali.
Dottoressa Terragni, quale prontuario ha in mente?
«Lo stiamo ultimando. Si tratta di una serie di domande a cui diamo una risposta in base a ciò che dicono la legge ei pronunciamenti che sono stati emessi a riguardo. Non ci inventiamo nulla, è una specie di manuale molto semplice che sarà corretto anche da una serie di frasi che nell'ultimo periodo si sono moltiplicate. Le posso fare qualche esempio».
Prego .
«In quali circostanze i bambini possono essere sottratti alle loro famiglie? Come deve avvenire il prelievo? Come ci si deve comportare se il minore si opporsi alla resistenza? Qual è il ruolo delle forze dell'ordine? Cosa significa l'ascolto del minore? Che cosa comporta il rifiuto di uno dei due genitori? Il nostro intento nel redigere questo vademecum è fare un po' di ordine, cerchiamo di chiarire un po' di cose».
È per questo che ha pensato anche a dei corsi di formazione?
«Sì, la traccia resta più o meno la stessa. Ma lei lo sa che spesso sono anche agli avvocati a mancare delle formazioni importanti? Guardi, succede molte volte che una famiglia che si trova in una situazione del genere si rivolge a un legale che magari non si è impadronito del diritto di famiglia. Perché è presa alla sprovvista, perché è quello che le ha consigliato un amico o un conoscente. I motivi sono svariati. E tanti sono i casi che vedo, di difensori che, pur mettendocela tutta, non sanno come muoversi dato che la materia è delicata. Cerchiamo solo di dare il nostro contributo nell'ambito di una situazione che, dal punto di vista della legge, al momento non sembra cambiare».
Però qualche novità in cantiere potrebbe arrivare dal Parlamento...
«Sì, d'accordo. C'è la legge che è in dirittura d'arrivo perché è in Commissione Giustizia al Senato, e quella è un censimento delle case famiglia che dovrebbe riuscire a fotografare i flussi fila, cioè non solo a mettere in numeri assoluti dei bambini in carico alle case famiglie o alle famiglie affidatarie (tra l'altro quelli ce li abbiamo già a cura del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali), ma dovrebbe aiutare a capire come va la loro, quali sono gli esiti e così via. Sì, quella potrebbe essere una novità. Senza contare che abbiamo appreso dal Presidente del Consiglio, l'altro giorno, che non è escluso un ulteriore intervento di tipo legislativo. Tuttavia il nostro contributo è diverso, anzi è proprio un contributo a questo sistema anche di norme: con le informazioni che daremo speriamo di poter agevolare la comprensione della situazione».
Che è il primo passo per risolverla, no?
«Assolutamente. Tenga presente che, purtroppo, oramai siamo in un momento in cui ci sembra quasi normale che un bambino venga prelevato e messo in una casa famiglia, ma non è così. Al contrario, questo passaggio deve tornare a essere un fatto del tutto eccezionale, ovviamente esclusi i casi ex articolo 403 del codice civile, il che vuol dire che i bambini in stato di assoluto pericolo vanno tutelati e su questo non ci piove».
Certo. C'è vicenda e vicenda...
«Pensi alla piccola Diana Pifferi che è morta di stenti a casa sua, a Milano, nel 2022, perché sua madre l'ha abbandonata lì per andare dal suo fidanzato. Ecco, quella è la situazione classica. Quando un bimbo rischia di morire non discute nessuno, ci mancherebbe altro. Ma sui casi di conflittualità genitoriale il discorso è diverso».
Cioè?
«Il pericolo, qui, è di finire in una situazione in cui è il bambino a pagare per le incapacità degli adulti. Perché poi ci va lui in casa famiglia, il trauma è suo».
Già. A proposito, della “famiglia del bosco” cosa ne pensa? Negli ultimi giorni è stato paventato addirittura che Catherine Birmingham possa essere allontanata dalla comunità dove stanno i suoi tre figli minori...
«Trovo pazzesco anche solo immaginare un'ipotesi del genere. È una cosa fuori dal mondo. Hanno detto, le riporto solo quello che ho letto sui giornali, perché lei non è “collaborativa”. D'accordo, aggiungo io, allora se ne prende atto e si trova il modo di migliorare la comunicazione. Però che la soluzione possa essere 'be' allora leviamo pure la madre al radar dei piccoli' mi lascia basita. Se quei bambini hanno già subito un trauma, gliene facciamo subito un secondo? C'è davvero bisogno di specifiche che per loro sarebbe un trauma non vedere la mamma tutti i giorni?».