Alberto Trentini ha trascorso i 423 giorni di detenzione in Venezuela in condizioni spesso disumane, passando anche per la cosiddetta “Pecera”, l’“acquario delle torture bianche". Una grande stanza circondata da vetri, dove i detenuti venivano esposti allo sguardo di tutti senza poter parlare né muoversi, costretti a restare seduti per oltre sedici ore al giorno, al freddo e quasi nudi.
Come racconta Repubblica, Trentini non avrebbe subito violenze fisiche dirette, ma un sistema di annientamento psicologico fatto di isolamento, degrado e paura costante. Le celle erano minuscole, condivise, con materassi sporchi gettati a terra, scarafaggi e topi che si muovevano a pochi centimetri dal volto, acqua disponibile solo per poche ore al giorno e un bagno alla turca in mezzo alla stanza, senza alcuna privacy.
Durante la prigionia nel carcere di El Rodeo, il terrore era alimentato dalla minaccia continua di essere trasferiti nel piano riservato alle torture fisiche. Una minaccia mai concretizzata per Trentini, ma sufficiente a spezzare la resistenza mentale dei detenuti. I secondini, che si facevano chiamare con soprannomi come “Hitler” o “Diavolo”, incappucciavano i prigionieri, stringevano le manette fino a farle sanguinare e li sottoponevano a interrogatori ossessivi.
Nel racconto raccolto dal quotidiano, emerge anche l’isolamento totale dal mondo esterno: nessuna informazione, nessun contatto, solo una Bibbia in spagnolo. Per resistere, Trentini passava il tempo giocando a scacchi con pezzi improvvisati di carta igienica, coltivando la speranza di uscire vivo da quella prigione.
Il rientro in Italia è avvenuto su un volo dei Servizi, dove Trentini ha raccontato tutto al direttore dell’Aise, Gianni Caravelli. Non sono state le botte a segnarlo di più, ma quella che lui stesso definisce una “tortura bianca”: l’impossibilità di fare qualsiasi cosa, le luci sempre accese, l’immobilità forzata, la sensazione costante di poter scomparire nel silenzio.