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Biella, il pm: "Molestie? Sotto il seno non è zona erogena"

giovedì 15 gennaio 2026

3' di lettura

"Sotto il seno non è zona erogena". Sta facendo discutere la richiesta di archiviazione della Procura di Biella per un 51enne accusato di violenza e molestie sessuali. L'uomo, responsabile del reparto di Finissaggio e Rammendo della Lanificio Ferla Egidio spa di Valdilana, nel biellese, era stato denunciato da una dipendente con 26 anni di anzianità nell'impresa che si ritiene vittima di "condotte mobbizzanti e persecutorie" che hanno generato uno stato di "choc e terrore" fra cui "comportamenti vessatori e sessualmente molesti" a partire dal settembre 2013, dopo aver respinto le avances del nuovo responsabile del suo reparto.

La Procura ha chiesto l'archiviazione perché "non è chiaro se il toccamento" avvenuto in maniera "repentina" sia "sul seno", che è una "zona erogena", o "immediatamente sotto" - che non lo sarebbe - ma anche perché la descrizione degli episodi di violenza o molestie sessuali non sarebbe "sufficientemente precisa" quando la donna afferma, in due passaggi della querela, che il 51enne prima le "sfiorava il fondoschiena" e poi che "in maniera lasciva appoggiava e toccava con la mano il fondoschiena".

Il pm ha chiesto l'archiviazione anche per le accuse di maltrattamenti perché un "luogo di lavoro" non è un "ambiente familiare". Nella querela la donna indica numerosi episodi di "atteggiamenti confidenziali", "battute inopportune", "riferimenti sessuali" e "richieste di prestazioni sessuali" come "me la dai?", "Mi pensi durante i fine settimana", "devi dirmi con chi esci". Il più grave dopo il rientro in azienda nel post Covid quando l'uomo si sarebbe abbassato "i pantaloni" con la "scusa di mostrare il rigonfiamento della propria ernia inguinale" restando in "mutande". La donna sarebbe corsa in bagno per sfuggire al "gesto osceno e sessualmente esplicito", si legge nella querela. L'episodio non è citato nella richiesta di archiviazione che il pubblico ministero Dario Bernardeschi ha presentato al gip di Biella anche per le accuse di maltrattamenti, sostenendo che la legge impedisce di equiparare un "luogo di lavoro", e nello specifico un'azienda con circa 40 dipendenti, a un "ambiente familiare" o di lavoro "para-familiare" per cui è pensata la norma.

Tra i motivi della richiesta di archiviazione la Procura sottolinea la querela tardiva, presentata a luglio 2024 dopo che la donna si era dimessa a marzo dello stesso anno, per fatti "avvenuti prima della data del licenziamento". Con la 50enne che ha spiegato in vari passaggi di non aver denunciato in passato per timore di perdere l'unica fonte di sostentamento e reddito e, in particolare, dopo un infortunio sul lavoro del 18 marzo 2017 e la diagnosi di "sclerosi multipla" nel giugno 2017 che l'hanno costretta a periodi forzati di inattività e al cambio di mansioni nell'impresa. Periodo in cui avrebbe cominciato a esserle impartito il divieto di "interagire con altri colleghi" e la ricerca "continua di informazioni sulla sua vita privata".

La scelta della Procura di Biella sarebbe invece dettata dalla necessità di "tutelare anche il diritto di difesa" di una persona che "difficilmente potrà difendersi se chiamata a rispondere di fatti commessi molti anni prima e senza che ne venga fornita una chiara collocazione temporale". Inoltre i "pregressi contrasti", scrive il sostituto, rendono difficilmente "pronosticabile" una condanna sulla base delle "sole dichiarazioni" dell'operaia nonostante le testimonianze di alcuni colleghi che "non hanno assistito direttamente ai fatti" sembrano "avvalorare" quella ricostruzione. Fra queste una dipendente che sentita a settembre 2024 ha affermato che il 51enne avrebbe "preso di mira" la vittima notando "atteggiamenti e richieste che andavano oltre il rapporto di lavoro". Così come un altro collega ha raccontato di aver ricevuto dall'indagato "richieste riguardo ai suoi rapporti personali" con la donna e "pressioni per adottare condotte mobbizzanti e discriminatorie contro di lei".

Del mobbing e delle molestie sessuali "sembrano quindi sussistere indizi" non "precisamente descrivibili e collocabili nel tempo e nello spazio", conclude il pm chiedendo al gip di archiviare il fascicolo e invitando la 51enne, assistita dalle avvocate Cristina Morrone e Lara Ferrara del foro di Milano, a non "forzare" l'ambito della "tutela penale" e rivolgersi invece al "giudice del lavoro". 

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