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"Avvenire" sbaglia: le nuove norme sulla sicurezza rispettanoi diritti

La nuova presa di posizione del giornale dei vescovi contro il governo e l'errore di fondo
di Corrado Ocone sabato 17 gennaio 2026

3' di lettura

Ammettiamolo: la Chiesa fa il suo mestiere quando si appella all’etica della convinzione. Ma altrettanto fa lo Stato quando integra l’etica della convinzione con quella della responsabilità, attenta per principio alle conseguenze delle proprie azioni. È il principio della laicità dello stato, su cui si fondano le moderne democrazie. E che anche la grande cultura cattolica, da Sturzo a de Gasperi e oltre, ha riconosciuto nella sua diversa ma non inferiore moralità.

È alla luce di queste considerazioni che desta perplessità l’aprioristica presa di posizione di Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani, contro le anticipazioni delle possibili norme contenute nel decreto di sicurezza allo studio da parte dell’esecutivo. Ci farebbe piacere che quel sano realismo politico manifestato dal cardinale Zuppi in una recente intervista al Corriere, in cui ha ammesso che Trump “ha aperto finestre di pace in Medio Oriente”, fosse applicata dai giornalisti del quotidiano in questa circostanza!

Prima di tutto due considerazioni generali. La prima concerne il carattere emergenziale assunto nel nostro Paese dal problema della sicurezza. Parlano i numeri relativi a furti, scippi, estorsioni, accoltellamenti, e non solo in aree sensibili come le periferie o le stazioni ferroviarie. Di fronte non solo ai dati, ma anche all’esperienza diretta di molti, anche coloro che, soprattutto a sinistra, parlavano fino a ieri di una mera “percezione” distorta del fenomeno, hanno dovuto ammettere che le cose non stanno purtroppo così. La seconda concerne il fatto che la sicurezza non dovrebbe essere questione né di destra e né di sinistra, concernendo la quotidianità di ogni cittadino indipendentemente dalle sua convinzioni etiche o politiche.

Gli italiani chiedono giustamente una risposta alla politica e la politica tutta intera è chiamata a darla. Ed è in quest’ottica che l’esecutivo ha chiesto una condivisione che di fatto non c’è stata da parte delle opposizioni. Analizzando più nel dettaglio le possibili norme del pacchetto, si vede però come francamente l’allarme sui “diritti in alto mare” lanciato dal titolo di Avvenire sia francamente ingiustificato. Non ci sembra infatti che ci sia una criminalizzazione dell’immigrazione se si vuole solo e semplicemente controllare e gestire i flussi. Sarebbe assurdo pensare che l’immigrato sia un delinquente sempre e comunque, è anzi spesso vero il contrario. È pur vero però che chi chiede ospitalità deve rispettare le leggi dello Stato ospitante. E deve, inoltre, essere messo in condizione di trovare le condizioni per trovare un lavoro e una vita degna. Fare entrare tutti, per uno spirito umanitario astratto, non è affatto umanitario, perché si creano degli sbandati e delle facili vittime della criminalità.

Ugualmente, il diritto di manifestare è sacrosanto e nessuno vuole criminalizzare il dissenso. Anzi! Una cosa è però manifestare, far sentire forte le proprie ragioni (qualora se ne abbiano); un’altra è sfasciare vetrine, aggredire passanti, creare danni economici alla collettività senza timore di pagar sanzione. E non è poi necessario ridare valore e dignità alle forze dell’ordine, indispensabili tutrici, esse sì, dei nostri diritti?

Sono norme migliorabili e a questo servirebbe un sano e franco dibattito pubblico, in cui la Chiesa potrebbe giocare un ruolo importante. Anche perché sono proprio tanti cattolici a chiedere uno Stato più presente. Attento alla persona, in concreto. Umano, ma serio sui propri principi. Non contro, come si dice in modo strumentale, ma in linea con lo spirito della nostra Costituzione.

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