C’è un momento, dopo ogni tragedia, in cui il silenzio dovrebbe proteggere la memoria. Nel caso del femminicidio di Federica Torzullo, quel confine è stato rapidamente oltrepassato. Mentre Anguillara viveva giorni di attesa, paura e lutto per la donna uccisa dal marito Claudio Carlomagno, sui social si è aperto un altro fronte, più ambiguo e disturbante: la trasformazione del dolore in contenuto.
Nel vuoto lasciato dall’assenza di risposte e dalla ricerca del corpo, alcune pagine Facebook hanno iniziato a diffondere immagini generate con l’intelligenza artificiale, spacciate come omaggi o ricordi di Federica. Foto che non sono mai esistite, costruite digitalmente, ma condivise come se fossero frammenti autentici della sua vita. Un meccanismo che ha prodotto migliaia di interazioni e una visibilità enorme, spesso senza alcuna consapevolezza da parte di chi rilanciava quei contenuti.
Tra le pagine più attive c’è Resilienza, che ha utilizzato ripetutamente il volto della donna in composizioni artificiali dal forte impatto emotivo. In una delle immagini più diffuse, Federica appare con ali d’angelo mentre abbraccia il figlio in una stanza infantile. In un’altra, è ritratta da sola, lo sguardo rivolto verso il basso, una candela tra le mani, le ali ancora sullo sfondo. A corredare l’immagine, frasi ad effetto come: “Esistono storie che non chiedono attenzione, la impongono”.
Seguono altre scene costruite, come sottolinea Repubblica: un bambino che gioca alla Playstation mentre Federica osserva dalla finestra; presunti ritratti con familiari indicati come i genitori; abbracci irreali con il figlio. Alcune di queste immagini hanno superato le 27mila, fino a 35mila interazioni, segno di una viralità alimentata dall’emotività più che dalla verifica. L’artificio è evidente: la donna indossa sempre la stessa camicetta bianca, identica a quella presente in una delle pochissime fotografie reali circolate. Tra le rappresentazioni più discutibili, anche un’immagine che accosta Federica Torzullo ad altre vittime di femminicidio: Sara Campanella, Giulia Cecchettin e Giulia Tramontano unite in una composizione artificiale, accompagnata da un testo carico di pathos: “Quattro nomi. Quattro età. Quattro vite spezzate”. L’intento dichiarato è la commemorazione. L’effetto, però, è un altro.
Queste immagini non informano, non aiutano a comprendere, non restituiscono dignità. Al contrario, appiattiscono storie diverse, trasformano la violenza in iconografia, il lutto in estetica, e finiscono per confondere memoria e finzione. L’intelligenza artificiale diventa così uno strumento di semplificazione emotiva, dove il dolore reale viene rielaborato in una narrazione consolatoria, facilmente condivisibile, ma profondamente vuota. Il rischio non è solo la disinformazione. È la banalizzazione del femminicidio, ridotto a scena, simbolo, immagine da scorrere.