La memoria non vale solo una volta l’anno, il 27 gennaio, il giorno rosso per la data nera della storia dell’umanità. È diventato appuntamento ciclico, quasi un’abitudine, da quando c’è voluta una legge per sopportare il peso morale di uomini che decisero per ideologia demoniaca di eliminare dalla terra intere categorie di persone, e di farlo scientificamente. Non è bastato il processo di Norimberga ai gerarchi del Terzo Reich, e neppure il processo ad Eichmann, o il processo ai medici nazisti che prostituirono la scienza per sopprimere invece di curare, o quelli di Francoforte alle mezze figure criminali che nei campi di sterminio esercitavano il diritto di uccidere. Non è bastato in Italia per storicizzare le responsabilità delle Leggi razziali del 1938 volute da Mussolini ma firmate da Vittorio Emanuele III, dei professori e dei ricercatori che si affannarono a occupare le cattedre universitarie e nelle scuole dalle quali i docenti ebrei erano stati espulsi, dei volti anonimi dei delatori e dei volenterosi carnefici che aiutarono i tedeschi nelle deportazioni.
Questo accadeva ieri, e la cattiva coscienza spesso si è nutrita della rimozione per annacquare le colpe. Oggi un turbine antistorico e poco informato ha sparso veleni e corrosive polveri ideologiche sulla fragile patina che si era andata lentamente a faticosamente a sedimentare nel passaggio di testimone tra chi aveva vissuto quegli errori ed era sopravvissuto e chi doveva perpetuarne l’eredità. La scuola, depositaria di conoscenza e formazione, è stata travolta dall’onda pro Pal, con le università occupate nel distorto nome della libertà piegata alla strumentalizzazione, per affogare nei gorghi dell’ignoranza il passato e il presente, riappropriandosi del diritto di dividere l’umanità a compartimenti stagni, di piegare la realtà ai desideri, di usare termini a sproposito. Succede quando ci si autonomina gendarmi della memoria e la memoria è pervicacemente selettiva e monodirezionale.
Per designare il genocidio degli ebrei – la “Soluzione finale”, un piano scientifico di sterminio finalizzato a eliminare 11 milioni di europei – si è spesso usata la parola olocausto, che nel suo significato di sacrificio rituale non esprimeva affatto la tragedia assoluta, ovvero la Shoah. Niente di simile c’è stato prima, e niente dopo, anche se la storia non ha risparmiato conflitti e bagni di sangue. Ha ancora senso fare finta di niente, come se nulla fosse accaduto nell’ultimo anno? Come commemoreranno il Giorno della memoria coloro che hanno urlato slogan e sfilato con striscioni in corteo che invocavano la distruzione di Israele dalla faccia della terra, allo stesso modo in cui i nazisti volevano distruggere tutti gli ebrei? Assisteremo ai distinguo di lana caprina su antisemitismo e antisionismo, ignorando l’uno e pure l’altro, con un lavacro di autoassoluzione.
O torneremo al pubblico «sì ma anche«, «no ma pure», «forse se». E Auschwitz, ridotta ancora a simbolo per un giorno (molti anche nelle scuole non sanno neppure pronunciarla esattamente), meta di una gita di istruzione o di una comparsata politica di accompagnamento con scontato rifugio nelle frasi fatte. Intanto in Europa gli ebrei non si sentono minacciati ma lo sono proprio, le stelle di David da simbolo identitario sono tornate a essere accusa discriminatoria, i cartelli e i rifiuti di prenotazione contro gli ebrei, israeliani e non, sono apparsi in negozi e hotel e qualcuno se ne è pure vantato.