Un ventinovenne di origini marocchine, irregolare in Italia e legato al clan Mansouri (potente famiglia che controlla lo spaccio nei boschi della Lombardia), emerge improvvisamente da una tenda di fortuna che usava come giaciglio in via Giuseppe Impastato, periferia sud-ovest di Milano, vicino a Rogoredo e ai binari ferroviari.
Di sera, con scarsa illuminazione, nota quattro poliziotti (due in divisa, due in borghese) che stanno perquisendo un presunto pusher. Pur non essendo apparentemente coinvolto, si avvicina impugnando una pistola e la punta contro gli agenti. Un quinto poliziotto in borghese intima "Fermo, polizia!" da circa 15-20 metri, ma l’uomo non si ferma e continua ad avanzare puntando l’arma.
Temendo per la propria incolumità e quella dei colleghi, l’agente spara un colpo che colpisce alla testa il giovane, uccidendolo sul colpo. Solo in seguito si scopre che l’arma era una replica a salve di una Beretta 92 semiautomatica, identica all’originale ma giocattolo. Mancava il tappo rosso di sicurezza sulla canna, elemento che in una frazione di secondo avrebbe potuto distinguerla da un’arma vera. Sulla scena non c’è traccia di tale tappo durante i rilievi della Scientifica.Il poliziotto è indagato, ma la sua difesa invoca la legittima difesa, sostenendo che in nessun altro caso sarebbe più applicabile. L’unico altro testimone è il connazionale arrestato per droga. Salvini si è schierato subito col poliziotto; Piantedosi difende le forze dell’ordine ma chiede indagini serene senza scudi immunitari.