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Anguillara, l'indiscrezione che ha innescato il suicidio

di Simone Di Meo martedì 27 gennaio 2026

3' di lettura

La Procura di Civitavecchia ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio contro ignoti: è il secondo fronte giudiziario che si innesta sull’inchiesta per il femminicidio di Federica Torzullo, uccisa con ventitré coltellate dall’ex marito Claudio Carlomagno, oggi sorvegliato a vista in carcere. Il target del nuovo procedimento è il doppio suicidio dei genitori dell’assassino reo confesso, Pasquale Carlomagno e Maria Messenio, trovati impiccati sotto il portico della loro villetta di via Tevere, ad Anguillara Sabazia. Il fascicolo ha natura esplorativa. Serve a consentire accertamenti irripetibili, a partire dalle autopsie, eseguite all’Istituto di medicina legale della Sapienza, lo stesso dove è stato esaminato il corpo della donna. Nessun indagato, per ora. Ma una domanda di fondo che guida gli accertadurre a soggetti identificabili se non attraverso un lungo e complesso iter della polizia postale. Un terreno investigativo fragile, che pone subito un problema di causalità giuridica.

Dimostrare un nesso diretto tra gogna social e suicidio è operazione complessa. L’istigazione al suicidio richiede condotte specifiche, idonee, direttamente efficaci. Qui il rischio è evidente: inseguire fantasmi digitali, aprire un maxi-fascicolo potenzialmente ingestibile, con decine o centinaia di posizioni indistinte. Uno scenario che la stessa Procura sa essere di difficile praticabilità. Per questo l’indagine non si ferma all’odio online. Ricostruisce il contesto. Analizza la progressiva esposizione pubblica dei coniugi, il loro isolamento, il ritiro dalla vita sociale, la fuga temporanea da Anguillara, le dimissioni di Maria Messenio dal ruolo di assessore comunale alla Sicurezza, l’interruzione dei rapporti professionali di Pasquale Carlomagno. Viene acquisita la lettera lasciata all'altro figlio, Davide, nella quale i due parlano di vergogna, accerchiamento, condanna collettiva. Ma il punto più delicato dell’inchiesta è un altro. Ed è interno alle stesse carte giudiziarie.

Nell’ordinanza e negli atti dell’indagine sul femminicidio compare un dettaglio: la presenza del furgone di Pasquale Carlomagno nella strada della villetta dove Federica Torzullo viene massacrata dall'uomo che, ha detto nel corso dell'interrogatorio, ha ammazzato perché non voleva perdere l'affidamento di suo figlio. Un passaggio formalmente corretto, inserito per completezza ricostruttiva. Eppure privo di sviluppi investigativi, come confermato dagli stessi inquirenti. Nessun riscontro, nessun elemento che colleghi il padre a un ruolo nel delitto. Nessuna iscrizione nel registro degli indagati. Nessuna contestazione. Zero.

Quel riferimento, tuttavia, una volta uscito dal perimetro giudiziario con la pubblicazione nelle cronache giudiziarie, produce un cortocircuito devastante. Nell’opinione pubblica diventa altro. Alimenta sospetti. Suggerisce corresponsabilità inesistenti. Trasforma un genitore mai indagato in una figura ambigua. È lì che la narrazione giudiziaria si incrina. È lì che un formalismo procedurale, ineccepibile sul piano tecnico, genera un effetto collaterale dirompente sul piano comunicativo. Il paradosso è che gli inquirenti ora dovrebbero interrogarsi anche su questo, sul proprio operato: se l’inserimento di un dettaglio privo di riscontri concreti abbia contribuito a costruire un’immagine distorta della posizione dei coniugi. Non stiamo parlando di un errore investigativo, ma di una scelta che col senno di poi, poteva forse essere evitata. Perché ha innescato una reazione a catena: sospetti, accuse, gogna. Nei prossimi giorni, verranno analizzati i dispositivi elettronici, mappati i messaggi, incrociati i tempi dell’esposizione mediatica con l’evoluzione dello stato psicologico delle vittime. Alla fine, la Procura dovrà decidere se esistono condotte penalmente rilevanti o se l’inchiesta resterà una finestra chiusa su un abisso di orrore e disperazione.

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anguillara sabazia

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