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La sinistra ci prende per Niscemi: attacca Meloni? Cosa si scopre sul comune franato

di Simone Di Meo venerdì 30 gennaio 2026

3' di lettura

A sinistra hanno scambiato il premier Giorgia Meloni per Eolo, il dio dei venti. Altrimenti non si spiega il motivo per cui, come un disco rotto, dal Pd e dal M5S continuano ad addossarle responsabilità politiche, naturali, geofisiche, telluriche- che andrebbero certamente ricercate altrove.

E Niscemi è, purtroppo, diventato il palcoscenico perfetto per questa sceneggiata. Una frana antica, strutturale, riattivata a più riprese nell’arco di tre secoli. Ma nel racconto delle opposizioni tutto viene ridotto a una colpa immediata, recente, governativa. Il ministro per la Protezione civile Nello Musumeci ha dato la disponibilità a riferire alla Camera il 4 febbraio alle 11. Non basta. Pd, M5S e Italia Viva pretendono che sia Giorgia Meloni a presentarsi in Aula. E l’attacco parte frontale sul ministro siciliano della Protezione civile. «Aveva sul suo tavolo il documento che invitava a intervenire», accusa Angelo Bonelli. «L’unica cosa che Musumeci può fare è dimettersi, ha dimostrato la sua totale inadeguatezza».

Il Pd alza il tiro con Marco Sarracino: «Visto che il ponte sullo Stretto non vedrà mai la luce e c’è un miliardo di euro bloccato, proponiamo di usare quelle risorse per l’emergenza», ha spiegato ad Agorà. Poi la sparata ideologica: «Il piano per contrastare i cambiamenti climatici non è stato finanziato perché la destra mondiale, con Trump e in Italia con la Meloni, non ci crede».

Musumeci replica più volte e senza mediazioni. «Sono argomenti da caffè», spiega a Rtl riferendosi a chi propone di sottrarre fondi al Ponte. «Qualcuno vuole farci tornare alle palafitte». Poi la difesa del suo mandato da governatore: «A dicembre 2017 la Sicilia era l’unica Regione italiana senza Autorità di bacino. L’abbiamo realizzata in tre mesi».

Dalla Lega, cannoneggia il vicepremier Matteo Salvini che esclude qualsiasi dirottamento di finanziamenti per il Ponte: «No, perché sono fondi per investimenti, bisogna conoscerle le cose. Poi noi abbiamo quasi 30 miliardi di cantieri aperti in Sicilia, cosa facciamo? Li blocchiamo? Troveremo i fondi che servono per Sicilia, per Calabria e per Sardegna ma senza fermare le scuole, gli ospedali, i ponti, le gallerie, la Tav, il tunnel del Brennero».

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Dentro questo quadro si agita Cateno De Luca, che annuncia un dossier: «Sto lavorando a un documento che inchioda tutta la classe politica siciliana alle proprie responsabilità sui miliardi assegnati e mai spesi».

Qui però si consuma il corto circuito politico. De Luca parla di «classe politica regionale» come se ne fosse esterno. Ma ne è parte integrante. E il suo compagno di partito Raffaele Lombardo è stato presidente della Regione Siciliana dal 2008 al 2012, negli anni in cui l’emergenza veniva prorogata, i fondi trasferiti e le opere strutturali restavano ferme. L’errore di fondo è sempre lo stesso: addossare ad altri responsabilità che sono condivise. I documenti parlano chiaro, d’altronde. Nel 1997 la frana provoca 400 sfollati, demolizioni e contributi mensili da 600 mila lire per 13 mesi. Dal 1998 al 2008 gestione commissariale con stato di emergenza reiterato. Nel 2014 nuovo evento: 9 milioni recuperati per drenaggi e consolidamenti, appalto assegnato, lavori mai iniziati, finanziamento revocato. Tra il 2014 e il 2020, tutti i Comuni siciliani presentano progetti di mitigazione del rischio idrogeologico. Niscemi no. Arrivano 13 milioni per la nuova progettazione. Non spesi. Il 19 dicembre 2025 l’ultimo stanziamento: 4 milioni per demolire altre 50 abitazioni.

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C’è di più. Il Comune di Niscemi è stato sollecitato tre volte, tra ’21 e ’23, dall’Autorità di Bacino siciliana a presentare un progetto esecutivo per il consolidamento del versante ovest e del belvedere. Nessuna risposta. E nell’Accordo di coesione Stato–Regione, che prevede 141 progetti finanziabili, nessuno riguarda la frana del comune. Alla fine arriva Carlo Calenda: «La Sicilia va commissariata. Dare ulteriori risorse alla Regione significa vederle sparire in una voragine di clientelismo e corruzione». Dopo gli uragani, divampano gli incendi (politici). 

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