Un angioletto biondo. Con gli occhioni scuri, il visino paffutello. È morto ieri mattina, non ce l’ha fatta, Domenico, il bimbo di appena due anni e mezzo che ha ricevuto per errore un cuore “bruciato” all’ospedale Monaldi di Napoli. Tutta l’Italia faceva il tifo per lui e per mamma Patrizia Mercolino, per babbo Antonio, per i suoi due fratellini che adesso dovranno affrontare il momento più buio, più doloroso. È l’epilogo (tragico) di una vicenda che ha incrociato sbagli e destino, sviste e sfortuna.
Che sarebbe andata così, che la speranza si era ridotta a un lumicino tremolante, era diventato chiaro venerdì sera con l’ultimo bollettino. Una corsa disperata contro il tempo, segnata da un esito infausto: dopo quasi due mesi di Ecmo, dopo i tubicini per l’ossigenazione extra-copropea, dopo chele condizioni del piccolo peggioravano di ora in ora, s’era messa pure un’emorragia celebrale. Le 5.30 di sabato mattina. Un arresto cardiocircolatorio annuncia l’irreparabile.
È presto, è l’alba. Mamma Patrizia è a casa a Nola. Squilla il telefono. La chiamata che nessun genitore, mai, a qualsiasi età (figuriamoci a quella di un frugoletto che si conta ancora in mesi), in qualunque città, vorrebbe ricevere. È il Monaldi che l’avvisa, che le chiede di raggiungere Domenico, assieme al marito, il prima possibile. In terapia intensiva arriva anche l’avvocato Francesco Petruzzi che segue questa famiglia coraggio dignitosa e composta. Il cardinale Domenico Battaglia dà l’estrema unzione al bimbo. Visi tesi, volti commossi, occhi lucidi. Si attende l’inevitabile. E, infatti, circa quattro ore dopo, alle 9. 20, Domenico si spenge. Cessa di soffrire, mettiamola così, anche se i medici ci hanno spiegato in ogni salsa che il dolore fisico non lo sentiva, anche se fa male lo stesso, anche se nessuno voleva andasse in questo modo.
«È finita», dice Patrizia, «se n’è andato, ora è diventato un angelo». Lei, questa donna giovane dal contegno sobrio, dalla forza d’animo incrollabile, mai polemica, che anche in un’occasione simile riesce ad essere concreta, a fare l’unica cosa che lancia lo spirito nel campo in avanti, quello del futuro, della vita che (nonostante tutto) continua: «Voglio aiutare altri bambini che sono in difficoltà per situazioni simili, lo devo a Domenico. A breve daremo notizie sulla fondazione che sarà creata e dedicata a lui, perché non sarà dimenticato». Aggiunge, mamma Patrizia, che in questi giorni ha avuto il telefono sempre accesso, un contatto continuo sia con la premier Giorgia Meloni che col governatore campano Roberto Fico, spiega che «ho sentito la vicinanza di tutti gli italiani», anticipa però che «adesso è arrivato il momento della giustizia. Chiedo la verità».
Ha ragione, questa signora simbolo, determinata, presente, costretta suo malgrado ad affrontare una sfida inimmaginabile: il suo bambino è appena morto, non sa ancora con precisione quando potrà seppellirlo (i funerali saranno, presumibilmente, alla fine della prossima settimana, dipende da quando terminerà l’autopsia che è già stata disposta sul corpicino di Domenico), ora, l’unica cosa che conta è fare luce sull’accaduto. Chiarire quel che è successo, mettere in fila i dettagli di una catena che doveva essere un bellissimo regalo di Natale e che, invece, si è trasformata nell’incubo peggiore capace di risucchiare chine ha bisogno.
Piangono tutti al Monaldi. Piangono i genitori di Domenico ma piangono anche i medici che sono riuniti al suo capezzale. L’unico che manca pare sia Giudo Oppido, il primario che ha operato Domenico: «Fino a ieri era presente in tutte le fasi della vicenda», dirà Petruzzi nel corso della giornata, «’stamattina non era in ospedale a manifestare cordoglio alla famiglia. Siamo sconcertati dalla nota che abbiamo letto» (si riferisce a una manciata di righe che i colleghi Alfredo Sorge e Vittorio Manes, i difensori di Oppido, pubblicano: «Di fronte al dramma c’è solo commozione e profondo rispetto. Attendiamo fiduciosi la ricostruzione degli eventi, siamo convinti che il nostro assistito abbia fatto tutto ciò che era professionalmente doveroso»).
Il decesso di questo bimbo piccino, tra l’altro, fa aggravare la posizione dei sei indagati a cui la procura di Napoli ha già inviato un avviso di garanzia per lesioni colpose: il reato contestato, a seguito dell’esame autoptico, diventerà di omicidio colposo (e non è escluso che vengano coinvolti altri professionisti, magari altoatesini). Mentre i carabinieri entrano al Monaldi per mettere sotto sequestro la salma di Domenico, gli investigatori cercano di sbrogliare il nodo del ghiaccio il quale ha danneggiato l’organo che gli è stato impiantato. L’ingresso della struttura, a Napoli, è già pieno di mazzi di fiori.