Il “caso Cinturrino”, con lo “scudo penale”, non centra nulla. Semmai lo “scudo penale” sarebbe centrato - se fosse stato in vigore - con quella sfilza di casi che ha riempito le cronache e irritato gli stomaci degli italiani: tutte quelle volte che poliziotti e carabinieri si sono trovati costretti a sparare per difendersi dai balordi, per poi finire indagati, dunque esposti alla gogna mediatica, con ingenti spese legali da pagare e con una carriera di colpo azzoppata. Prendiamo la storia di Luciano Masini, maresciallo della stazione dei carabinieri di Villa Verucchio (Rimini). L’ultimo giorno del 2024 si trova davanti un egiziano che ha appena accoltellato quattro persone con una lama da 22 centimetri: per evitare di fare la stessa fine, prima spara per terra e poi, col 23enne a meno di un metro di distanza, lo colpisce.
Finisce nel registro degli indagati per il classico “eccesso colposo di legittima difesa”. Il gip, nell’ottobre del 2025, archivierà la sua posizione: nessun “eccesso”, semplice “legittima difesa”. Ci sono voluti dieci lunghi mesi per giungere all’ovvio. Febbraio 2025. Alla stazione di servizio di Viverone, sulla bretella Ivrea-Santhià, un 26enne francese sta cercando di rubare una macchina. Due poliziotti in servizio intervengono ma non sanno che sotto i vestiti il ragazzo nasconde un martello. Lo estrae e li colpisce in testa. Un agente reagisce e spara, ferendolo alla gamba Non passa nemmeno un mese ed eccolo, puntuale come un orologio svizzero, il solito “atto dovuto”. L’uomo in divisa che ha fatto fuoco finisce indagato per “lesioni aggravate dall’uso dell’arma”. Insieme al collega, non solo ha sventato un furto d’auto ma ha pure rischiato di morire.
Nulla da fare: le cause di “giustificazione”, ovvero quelle previste dal nuovo pacchetto sicurezza del governo, non vengono riconosciute. A quanto risulta a Libero, dopo quasi un anno, non è ancora stata firmata nessuna archiviazione. E ve lo ricordate l’episodio della stazione di Porta Nuova a Verona? Proprio negli ultimi giorno, complici le fantasiose ricostruzioni della senatrice Avs Ilaria Cucchi, sta nuovamente montando il fango sul poliziotto che nell’ottobre del 2024 aveva sparato e ucciso un 26enne maliano che stava seminando il panico tra le banchine con un coltello. Subito indagato per “omicidio colposo”, per l’assistente capo della Polfer, lo scorso novembre, il pm ha chiesto l’archiviazione perché ha posto in essere «una difesa senza alcun dubbio proporzionata all’offesa». La difesa dell’immigrato vuole invece la condanna perché l’agente doveva indietreggiare anziché usare la pistola in dotazione.
Morale della favola: quasi un anno e mezzo dopo il gip di Verona sta ancora valutando come muoversi. Nel mentre, il poliziotto è costretto a sentirsi dare dell’assassino da una parte della sinistra perché ha osato salvarsi la vita nell’unico modo possibile in quella circostanza. Impossibile, poi, dimenticarsi il conflitto a fuoco nelle campagne brindisine di Grottaglie della scorsa estate. È stato questo, forse, lo spartiacque che ha spinto il governo a intervenire per rimuovere l’automatismo dell’iscrizione nel registro degli indagati per le forze dell’ordine che nell’esercizio delle proprie funzioni si trovano costrette a usare le armi di cui sono dotate. Quella che ora le opposizioni spacciano per “impunità”, in quel caso avrebbe salvato dalla vergognosa accusa di “omicidio colposo” i due agenti di polizia colpevoli di aver ucciso un bandito in fuga che aveva appena freddato un brigadiere capo dei carabinieri. Capito? Quello che in gergo viene chiamato “eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi” troppo spesso ha contribuito ad avvelenare il clima attorno alle divise e a bloccare carriere. Più indietro nel tempo, ecco il caso Termini del 2021.
Fuori dalla stazione ferroviaria romana, un 44enne ghanese, irregolare pluripregiudicato, agita un coltello, e quando gli uomini della Polfer si avvicinano per disarmarlo lui risponde con un fendente che per fortuna va a vuoto. È a quel punto che un agente gli spara e lo colpisce all’inguine. Siamo alle solite, nessuna eccezione: è sempre “eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi”. Ma c’è di più, purtroppo: l’africano viene arrestato per “resistenza” e “porto abusivo di strumento atto a offendere” ma non per “tentato omicidio”. Riannodiamo i fili e torniamo al 2017.
Poco fuori Roma, siamo a Guidonia, un assistente capo della Polizia, quel giorno fuori servizio, spara e uccide un rapinatore armato di pistola (che risulterà essere giocattolo) che sta assaltando il furgoncino di un supermercato con 9mila euro di incasso a bordo. Interviene spinto dal senso civico ma la Procura di Tivoli lo indaga per omicidio colposo. L’archiviazione arriverà solo dopo due anni: bisognava capire se avesse agito con frenesia e scarsa lucidità o meno. Una cosa di positivo, queste storie surreali, l’hanno avuta, seppur abbiano sconvolto lavita di troppi fedeli servitori dello Stato: quella di far sì che il cortocircuito giuridico dell’“atto dovuto” sparisse.