Chissà se qualcuno se ne accorgerà, ma per lunedì 9 marzo l’Unione Confederale dei Sindacati di Base ha proclamato uno sciopero generale. La cosa in sé non fa notizia, se si considera che nel 2025 in Italia sono stati annunciati 1480 scioperi, quattro al giorno domenica e feste comandate incluse, 536 dei quali sono anche stati fatti. Tutti praticamente senza ottenere nulla. Quello che stranisce è l’elenco delle motivazioni per cui il sindacato invita i suoi iscritti a perdere un giorno di paga: sono elencate ben diciannove ragioni, ciascuna delle quali ne contiene altre tre o quattro e molte delle quali non hanno alcun legame tra loro.
L’Usb ha inventato e brevettato lo sciopero minestrone: l’organizzazione fornisce un elenco di buoni propositi che ritiene condivisibili, sta poi al lavoratore trovarne almeno uno valido per restare a casa senza stipendio. Una formula omnicomprensiva e fantasiosa, ma poco efficace visti i risultati delle più recenti agitazioni: capita infatti che, nel lungo menù proposto, la maggioranza dei lavoratori trovi almeno una buona ragione per lavorare. Sono le singole battaglie quelle che scaldano i cuori, sono gli obiettivi precisi e realizzabili quelli che mobilitano le masse. Invece no, il comunicato sindacale sembra una frase di Gino Bartali quando arrivava secondo dietro Fausto Coppi: è tutto sbagliato, tutto da rifare.
Ma vediamo le diciannove nobili cause, più addentellati. Contro la violenza maschile sulle donne e quella di genere verso le persone Lgbtqia+; contro ogni manifestazione, molestia o ricatto sessuale sul lavoro; contro la divisione sessuale sul lavoro e il razzismo; contro la precarietà, lo sfruttamento, la disparità salariale, i part time involontari e i licenziamenti; contro lo smantellamento e la privatizzazione dello Stato sociale; contro il progetto di autonomia differenziata che aumenta e cristallizza le differenze territoriali; contro il genocidio del popolo palestinese da parte di Israele e l’indisponibilità del governo italiano a interrompere le relazioni istituzionali, scientifiche ed economiche con Israele; contro le spese militari e la riconversione in senso bellico dell’industria e delle infrastrutture strategiche; per il diritto ai servizi pubblici gratuiti e accessibili, al reddito, al salario minimo per legge, alla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, alla casa, al lavoro, alla scuola, alla sanità e ai trasporti pubblici; per aumenti salariali che garantiscano il recupero del potere d’acquisto sulla base dell’inflazione reale a fronte del forte aumento dei costi energetici e del carovita; per la tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro; per la difesa e il potenziamento delle case rifugio e dei centri antiviolenza e la previsione di misure di fuoriuscita dalla violenza; per l’introduzione nelle scuole di ogni ordine e grado dei corsi di educazione sessuale, alle relazioni e al rispetto delle differenze di genere; contro le scelte autoritarie in materia di leggi repressive e di contrasto al dissenso e al conflitto sociale; contro il piano Re-Arm Eu, che distoglie risorse da salari e servizi essenziali; contro il disegno di legge Buongiorno; per la ridistribuzione della ricchezza, la giustizia sociale e ambientale; per la difesa del diritto di sciopero; contro la riforma della magistratura.
In quale Paese del mondo, a eccezione dell’Italia, si può chiamare alla piazza per un concentrato di mal di pancia che altro non sono che un monologo anti-governativo ed essere presi sul serio? E chi può credere davvero che l’Ubs abbia la risposta per almeno il 10% delle problematiche che pone? Non c’è nulla di più immediato di leggere un bollettino sindacale per capire perché il sindacato è finito e i lavoratori possono contare solo su se stessi.