Intervenendo a commento della decisione del Tribunale dei minorenni dell’Aquila di allontanare la mamma dai tre bambini della cosiddetta “famiglia nel bosco”, Giorgia Meloni ha affermato, fra l’altro, che «i figli non sono dello Stato». Si tratta di un’affermazione che non può essere presa sottogamba, riducendola a un semplice spunto polemico. Essa rimanda infatti a una lunga storia dei rapporti fra Stato e cittadini, fra Potere e società civile. Segnalando, nello stesso tempo, una consapevolezza che è stata gradualmente raggiunta nella nostra civiltà occidentale e che ha costituito il perno, in età moderna, del liberalismo politico. Nella Grecia antica si scontrano, sostanzialmente, due concezioni che permangono ancora oggi: una “comunista”, per cui i figli appartengono allo Stato e devono essere sottratti fin dalla nascita ai genitori per essere educati e allevati dal potere costituito per raggiungere i superiori fini della comunità; l’altra democratica, ove lo Stato non è altro che la comunità degli “uomini liberi”, che nel contesto greco significava affrancati dai lavori manuali, che decidono liberamente la politica comune. Da un punta di vista storico, la città-Stato di Sparta rappresenta la prima soluzione, mentre Atene, soprattutto nel periodo di Pericle (V secolo avanti Cristo) la seconda.
Da un punto di vista filosofico, mentre Aristotele sottolinea l’importanza della famiglia come istituzione naturale, Platone elabora un’utopia che prevede, nella Repubblica ideale, non solo la comunanza dei figli ma anche delle mogli, in modo che i figli generati non siano altro che pedine di un ingranaggio generale che permetta la realizzazione del Bene. Il cristianesimo, mettendo al centro l’uomo singolo, in rapporto diretto con Dio, esalta il processo di affermazione della persona. La famiglia funge, in questo contesto, non solo come una forma elementare di società, ma anche come una struttura sociale ed economica che, ponendosi fra il singolo e lo Stato, attutisce e delimita fortemente le pretese di quest’ultimo. La sacralità del matrimonio sancisce, a livello dogmatico, questa concezione che ha informato buona parte della storia e della cultura occidentali. Non sono mancati, in verità, in ambito cristiano, esperimenti comunistici (ad esempio fra i missionari gesuiti in America Latina). Essi però concernevano la gestione dei beni e del potere, non intaccando minimamente la centralità dell’unione fra uomo e donna sancita dal matrimonio religioso. I vecchi ideali comunistici sono affiorati, sia in alcuni esperimenti pratici, tutti ovviamente fallimentari e liberticidi, sia in alcune utopie (vere e proprie distopie), come ad esempio quella delineata nel 1602 dal frate domenicano Tommaso Campanella nella sua Città del Sole. Per Campanella, ad educare collettivamente i figli dovevano essere in case comuni magistrati e funzionari accuratamente scelti.
È in età illuminista che la sacralità cristiana del matrimonio viene messa radicalmente in discussione. I giacobini, in particolare, riprendono l’idea di una superiorità assoluta dello Stato. Il mito di Sparta e della civiltà pagana ritorna prepotente, anche se sarà il marxismo a portare alle estreme conseguenze certe idee. È soprattutto Engels che, riprendendo e sviluppando le idee del suo sodale Marx, contesta radicalmente che la famiglia monogamica o “borghese” sia un’istituzione naturale: essa, scrive ne “L’Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato” (1884), è nata storicamente per giustificare determinati rapporti di potere, politici ed economici, ed è destinata ad essere soppiantata dal comunismo. Questa concezione fece da sfondo a tutta la vicenda storica del socialismo reale novecentesco. Per i comunisti, nella fase di passaggio della “dittatura del proletariato” l’educazione dei figli, anche se affidata per un certo periodo ai genitori, deve rispondere ai fini generali stabiliti dallo Stato, che punirà chiunque devierà dalla “retta via”. Un indottrinamento che si esplicita oggi in Cina con il rilascio di “crediti sociali” alle famiglie che si comportano adeguatamente. La mentalità organicistica e comunista, nel frattempo, ha acquistato forza anche in Occidente, ove in molti alberga l’idea che la parola ultima sull’educazione dei figli l’abbiano non i genitori ma uno Stato severo e arcigno, rappresentato nel caso della “famiglia nel bosco” da magistrati ideologizzati e consulenti sociali. La storia ci insegna che quel che è in gioco nella vicenda è nientemeno che la libertà di tutti.