Diciamo subito che Francesco si chiamava Giovanni in onore del Battista ed era nato ad Assisi nel 1181 o 1182 dalla provenzale Pica di Bourlèmont e dall’assisiate Pietro di Bernardone, in quei giorni in Francia per affari. Rientrato ad Assisi, Pietro volle cambiare nome al figlio ed in omaggio proprio alla Francia lo chiamò “Franceso”, poi nel tempo divenuto come sappiamo. Dopo tutte le peripezie che conosciamo soprattutto come bambino irrequieto, guerriero, detenuto, malato e in crisi esistenziale, Francesco lasciò Assisi e cammina cammina nel 1208 arrivò in quella che oggi si chiama la Valle Santa nella Piana Reatina dove fondò quattro monasteri: Poggio Bustone, Fonte Colombo, Greccio e La Foresta.
Il più famoso al mondo è Greccio, gemellato non a caso con Betlemme, perché il 24 dicembre 1223 Francesco volle rievocare a tutti gli effetti la nascita di Gesù grazie all’aiuto del signore del luogo, Giovanni Velita, che fornì ogni supporto affinché la rappresentazione fosse la più aderente possibile a quel che da secoli veniva narrato. Nulla venne lasciato al caso in una nottata molto fredda ma piena di stelle, anche cadenti.
La Valle Santa all’epoca era una sorta di piccolo paradiso, protetta dai monti del Terminillo, con acque canalizzate in abbondanza poiché i Romani nel 271 a.C., attraverso il Console Manio Curio Dentato, avevano provveduto a deviare il fiume Velino verso Interamna (l’odierna Terni) facendo precipitare l’acqua nel fiume Nera con un dislivello in tre salti di 165 metri complessivi e costituendo, di fatto, la rapida artificiale più alta d’Europa, cioè l’odierna Cascata delle Marmore.
E mentre Poggio Bustone resta il primo soggiorno di Francesco con la chiesa dedicata a San Giacomo Maggiore quasi in pari tempo con la cattedrale di Santiago de Compostela, e La Foresta ricorda il miracolo della vigna calpestataper vedere e toccare il Santo che invece produsse uva come mai si era visto, Fonte Colombo diventa il cardine di tutti i suoi viaggi: situata vicinissimo alla città di Rieti, lo era soprattutto alla Salaria, la strada romana meglio mantenuta tra tutte perché attraverso essa arrivava dalle coste adriatiche il sale, cloruro di sodio necessario anche per la conservazione dei cibi, da cui ancora oggi (anche se desueto) con la parola “salario” si intende il pagamento generalizzato dei lavoratori, dovuto peraltro ai soldati romani che spesso rifiutavano il pagamento in denaro in cambio del sale poiché, rientrati nei loro territori, lo rivendevano guadagnando molto di più.